fbpx
Cart empty


logo cultural cannibals

Wednesday, 12 July 2017 10:13

Alchimia di Paracelso radice di Omeopatia e Antroposofia – 1

La Medicina Alchemica non è solo la radice della iatrochimica moderna ma, dal punto di vista della storia delle medicine complementari o non-convenzionali, si può considerare come la madre di tutte queste.

Infatti Hahnemann sperimentò fra i primi farmaci omeopatici proprio le materie prime, i prodotti ed i sottoprodotti delle operazioni alchemiche e, mi si lasci dire, con una certa competenza: hepar sulfur, tartarum stibiatum o antimoniatum, antimonium tartaricum o antimonium crudum, cuprum vitriolatum eccetera.

Quest’argomento è composito e richiede pazienza nel considerare le sostanze, le loro particolarità, la loro velenosità relativa, le dosi e come queste vengono concepite, e poi i loro effetti, siano essi sull’agente patogeno e il quadro patologico, oppure sul sistema tutto o su di una funzione specifica. Peraltro laddove l’Omeopatia post-hahnemanniana si è voluta sperimentare – mi vengono in mente gli studi di Boericke, Nash e Reckeweg sui veleni di vari serpenti – ci si accorge che non ci può essere una teoria generale chiamata “avvelenamento secondo gli omeopati”: infatti le dinamizzazioni omeopatiche usate per naja e lachesis, i veleni di cobra e crotalo, sono fra loro diversissime. Ovviamente quale che sia la dinamizzazione scelta, questa deve guarire non solo una patologia simile, ma in questa sperimentazione specifica anche il morso del serpente stesso, e in modo evidente, immediato, completo.

Paracelso, afferma che il veleno è una componente che può essere rimossa da un principio o da un composto, mentre altrove viene citato perché asserì che tutto può essere velenoso a seconda della quantità impiegata; il che, a ben vedere, non è una contraddizione. Proprio quest’ultima citazione paracelsiana inizia un breve trattato, scritto per l’agenzia governativa APAT, sulla ormesi.

In tutta onestà e correttezza le autrici del documento suddetto ci rendono noto il problema del dogma: qualora dovessimo impostare una ricerca più generale sulla questione dosaggio, sussiste un dogma che ha a lungo scoraggiato una ricerca a pieno campo sull’argomento. Ovviamente il convitato di pietra è sempre lei, l’Omeopatia, come lo sarà la cosiddetta memoria dell’acqua.

Traducendo per i non addetti, l’ormesi si occupa di presenza di sostanze in qualunque tipo di organismo, sia esso un ecosistema, il pianeta, l’essere umano, un tessuto ma, anche, l’ormesi riguarda un certo tipo di risposta allo stimolo dato da una sostanza, la quale risposta si rileva in due fasi: “Le risposte ormetiche, in genere, mostrano una modesta stimolazione alle basse dosi (…) e un’inibizione alle alte dosi. Perciò, affinché sia soddisfatta la definizione “qualitativa” dell’ormesi, devono necessariamente essere presenti tanto la dimensione stimolatoria quanto quella inibitoria".

Prendo dal testo citato questa grafica. I modelli dose-risposta sono: lineare, “a soglia” e ormetico.
Alchimia di Paracelso radice di Omeopatia e AntroposofiaIl modello “a soglia” e quello ormetico hanno in comune la risposta ad alte dosi, mentre, a basse dosi, l’effetto ormetico dovrebbe causare l’effetto opposto e non proporzionale a quello osservato ad alte dosi. Questi principi sono considerati in linea teorica ma immediatamente applicabili alla sperimentazione per risolvere questioni di dosi e sinergie, ma anche implicano il tema suddetto; ecco nella nota sottostante i particolari degli studi attuati per l'agenzia governativa APAT[1].

Vediamo come nella storia si sono incrociate le diverse medicine grazie ad una particolare sostanza che, da sempre, ha definito l’Alchimia: l’antimonio.
L’antimonio è sempre stato così importante nell’Alchimia da definire anticamente un altro prodotto della distillazione come una sorta di suo “derivato”: l’Alcol. L’Alcol non sarebbe altro che al+khol = l’+antimonio, essendo il khol notoriamente il pigmento nero che ne deriva il quale, reso in bhasma_ e oleolito, anneriva le ciglia e il bordo degli occhi; e pure chiamiamo ancora oggi collirio un preparato topico per gli occhi. Questo per dire, semplicemente, quanto era importante l’antimonio allora, al punto che un altro prodotto di laboratorio, l’alcol di alta gradazione, che un tempo era assai raro, finiva per prendere il suo nome.

È prassi comune a tutt’oggi nelle zone paludose del Kashmir l’uso repellente dell’antimonio, tutti se lo spalmano per annerire i bordi degli occhi, onde evitare che le zanzare forino gli occhi stessi, come anche in tutto il mondo pastorizio è usato similmente per evitare infezioni.

In Omeopatia, l’antimonium crudum, che è la stibina, ne è il sale inorganico, l’antimonium tartaricum ne è il sale organico.
Successivamente, nella farmacopea industriale, l’associazione dell’antimonio col potassio ha portato alla formulazione del tartaro emetico (tartrato di potassio e antimonio), mentre la sua associazione col sodio ha incoraggiato la produzione di sintesi delle fuadine.
E veniamo alla polvere emetica di Algarotti, e a quella di James. La prima fu un ossicloruro di antimonio che preparò mescolando e lasciando precipitare del burro d’antimonio in spirito di sale, chiamandola "pulvis angelicus"; la seconda fu una miscela di una parte di Ossido d’antimonio e due parti di calcio fosfato: ma è che sovente venivano contraffatte con della semplice polvere di stibina, anche per questo Paracelso s’arrabbiava così tanto, anche coi farmacisti.
Alchimia di Paracelso radice di Omeopatia e Antroposofia
E infatti, siccome l’antimonio sarebbe stibina che si trova in natura legato allo zolfo in quanto sesquiossido, ingerito polverizzato in minime dosi funziona, sì, da emetico, perché reagisce con l’acido cloridrico dei succhi gastrici: ma questi legano lo zolfo e perciò rendono l’antimonio puro molto attivo sulle pareti dello stomaco, producendo crampi e quindi il vomito. Se la quantità è minima gli effetti collaterali sono impercettibili, anzi, aumentano l’effetto emetico, ma se si esagera si hanno intossicazioni anche gravi. In Omeopatia, si ricerca con l’Antimonium Crudum, l’effetto che viene da quella identica sostanza ma dinamizzata secondo la metodologia insegnata da Hahnemann: riesce a guarire proprio quel tipo di crampo allo stomaco che deriverebbe dall’assunzione di troppo antimonio. E questo anche in un animale, cosa che dimostra l’infondatezza dell’opinione ostinata di molti, secondo la quale i farmaci omeopatici sarebbero dei placebo.

Com’è noto, in alcuni casi le sostanze omeopatiche, essendo dinamizzate, hanno l’effetto opposto delle stesse sostanze in dose ponderali, in altri casi hanno effetti assai simili. E mi permetto di ricordare che nell’omeopatia c’è un pericolo in genere poco noto: quando il sintomo è acuto o molto acuto e dobbiamo somministrare una qualche potenza di un rimedio, in particolare se ottenuto da una sostanza o pianta velenosa, ricordiamoci sempre di non somministrare una potenza superiore (es. 30ch) e poi una inferiore (es. 4ch), cioè di NON tornare indietro coi “ch”, i “D” o i “K”, dato che in questo caso c’è il rischio di un peggioramento fulmineo che in qualche caso risulta essere inarrestabile. Esempio di questa possibilità è una appendicite che può diventare peritonite fulminante. Evitiamolo assolutamente, andiamo sempre in avanti, cioè aumentando i valori di dinamizzazione: visualizziamolo chiaramente.

Come si è detto, il principio della dinamizzazione omeopatica è stata da sempre osteggiata dal punto di vista allopatico che, forte della teoria di Avogadro, non contempla alcun fenomeno energetico, di bio-magnetismo o qualsivoglia risonanza, ma solo la possibilità di un benché minimo residuo ponderale di sostanza nell’eccipiente: quando si passa dalla dinamizzazione 3ch alla 4ch, non sarebbe più rilevabile alcuna traccia della sostanza attiva.

Per gli allopatici non ha alcun senso la dinamizzazione: per loro la sucussione di una sostanza attiva che venga agitata nell’eccipiente non comporta alcuna interazione con quello o potenziamento di questa, per la medicina convenzionale allopatica si tratta solo di “diluizione”; questo, in effetti, risulterebbe strano a chi fosse cosciente come fra le più innovative ricerche ci siano proprio quelle che riguardano un modello di dose/risposta “ormetico” - come si è appena detto[2] - cioè del tutto simile al funzionamento di molti rimedi omeopatici. Riporto, in tal senso, questa ricerca di uno staff italiano sull’effetto a livello mitocondriale di una dinamizzazione abbastanza alta di Gelsemium, un rimedio assai noto delle materie mediche omeopatiche[3]. La sperimentazione ha usato il rimedio suddetto alla 2 ch (corrispondente a una concentrazione di gelsemina di 6,5 × 10-9 M) andando a modificare significativamente l'espressione di 56 geni, di cui 49 si sono perciò ridotti e 7 si sono sovraespressi.

L’omeopatia ha sicuramente mutuato dall’Alchimia la dinamizzazione di una sostanza, mediante però il concetto che vi sta alla base, quello di energia. Chi ha esperienza di questo fattore, l’energia, sa bene che non ne esiste solo un livello, non si tratta soltanto di ciò che scorre e non ha forma tangibile; piuttosto i greci, coll’etimogenesi di questa parola, consideravano che “sorge dal di dentro”, captando così un fattore tipico del vivente, se non una concausa d’esso. Senza scendere troppo nei particolari basta ricordare come in Asia le due principali suddivisioni dell’energia riguardino uno scorrimento bio-magnetico nel corpo che si muove attraverso i meridiani e i punti segnalati dall’Agopuntura nella Medicina Cinese e, l’altra, l’energia emotivo-funzionale che accende sensazioni ed emozioni, ma anche muove le palpebre, fa parlare o respirare: un’energia chiamata prana che si lega a canali, cursori, chakra e anche al respiro, perciò al sistema nervoso oltre che a quello endocrino.

Quando si parla di energia esterna, allora, è proprio l’Occidente che ci viene in aiuto dicendoci che ogni cosa non solo è dotata di una differenza di potenziale - qualora siano dati una purché minima conduttività e due poli – ma che è anche dotata di frequenze, ovvero che ogni cosa è una frequenza. Con le implicazioni di questo fatto avremmo già una base per intendere una metafisica attiva, ovvero come un fattore di ordine “metafisico possa diventare fisico e rilevabile”, quale per esempio sarebbe la possibilità - sempre più incalzante - che l’acqua possa conservare traccia delle sostanze con le quali viene a contatto, o che il cielo fosse anche nella stanza.

In tal senso, in simili cambiamenti possibili della percezione che possano implicare un vero possibilismo scientifico - radicale quanto plausibile - fa testo tutto il percorso matematico che lo precederebbe, formule, algoritmi e stringhe, un impianto logico lineare in cui le sintesi non hanno balzi capaci di superare questa dialettica che oramai si è impostata in modo ideologico-giurisprudenziale. Poi, quando Bohr o Maxwell se ne vengono fuori con la loro metafisica, ci sembra di essere tornati alla Stoà di Atene, o ai tempi del Buddha e di Lao Tse, quando invece siamo nel dramma della scienza e dell’Occidente, dove c’è stato un cambiamento di Chiesa senza colpo ferire, dove il tema fondante non è la realtà ma, ancora, la Verità.

Tradotto nei termini di una storia dell’arte teatralmente rappresentata, è come se sullo sfondo di un quadro di caccia inglese del settecento, coi suoi toni scuri e in lontananza una volpe che fugge dai cani, il ruscello e la collina, da Leonardo a Man Ray, da Van Eyck e Picasso, tutti i pittori continuassero a esprimere la loro arte, ma solo su quello sfondo; Sopra lo sfondo di un paesaggio di caccia inglese ecco apparire la Gioconda, i Coniugi Arnolfini, Guernica, eccetera.

Mai un sobbalzo.

Ma oltre il problema di un impianto ideologico ecco che la sperimentazione scientifica risente dell’aspettativa di risultati precisi che abbiano l’avvallo di una teoria precedente e soprattutto di congrui finanziamenti.
Il fatto di come muti l’osservazione della realtà a seconda di come ne approcciamo i particolari nella nostra esperienza, sia a livello verbale che pre-verbale, non sembra interessare chi ha già la tessera vincente al partito positivista-riduzionista; quindi l’invadenza di una simile ideologia è considerata una sorta di inevitabile background culturale, anche se non ha alcuna giustificazione razionale ma è al contrario frutto di una mera reazione storica - uguale e neppure tanto contraria - all’impianto teologico della chiesa che la precedette.

L’invocazione di una verità salvifica mi sembra occupare molto spazio nella mente degli scientisti più ideologizzati, cioè più attaccati al concetto di “oggettività”, concetto assai ingombrante che è stato individuato da antropologi smaliziati come un postumo imbarazzante del concetto di “onnipotenza divina”, ma reso perfino personale, oltre che ecclesiastico, in quanto detenuto e conferito solo dalla casta dei detentori della verità attuale ai singoli esponenti di spicco. Gli altri si sentono semplicemente onorati di appartenere alla grande-famiglia-di-coloro-che-stanno-dalla-parte-dei-bottoni e non si accorgono dello svuotamento interiore – non solo semantico - a cui partecipano entusiasticamente.

Tale attitudine viene evidente di fronte al problema annoso della vaccinazioni coatte, idea accorpata indissolubilmente al principio salvifico dell’immunità di gregge, opinioni che sembrano a costoro incontrovertibili, ma sulle quali – comicamente e drammaticamente – scende invece la colomba bianca delle scelte economico-politiche, evidentemente molto più “oggettive” di quelle scientifiche.

La funzione salvifica del Agnus Dei, con la sua carica apotropaica viene spalmata – come in ogni guerra e peste che si rispetti – su tutta la popolazione come un inevitabile sacramento.

Una distinzione importante rispetto l’Omeopatia, è che in Alchimia non servirebbe in genere dinamizzare una sostanza con successive sucussioni, dato che i farmaci alchemici, per dirla in termini omeopatici, si assumono alla 1 ch. circa, il che significa da una a sette gocce diluite in un bicchiere d’acqua, di vino, se non in una tazza di brodo o di apposita tisana, a seconda dei casi.

Da sempre, per l’Alchimista, per guarire un malato è fondamentale infondergli forza: la contestazione di Leonardo Fioravanti alla mania del salasso tipica dei medici del suo tempo non è solo ragionevole, ma ben circostanziata. Avendo viaggiato al seguito di principi e nobili spagnoli, ci fa presente che nell’Africa mediterranea vi sono specialisti del salasso che scelgono punti precisi, fasi lunari e ore del giorno, e tipo di intervento a seconda dei sintomi, del quadro generale e della complessione umorale del paziente. E aggiunge che l’unico salasso polivalente, sarebbe quello ottenuto con poca fuoriuscita di sangue da sotto la lingua, vicino all’orifizio della saliva, fino a che escano dei filamenti. Probabilmente gli stessi medici scalzi flebotomisti che vide coi suoi occhi il Fioravanti, sono stati poco tempo fa incontrati da antropologi francesi che facevano ricerca sui monti dell’Atlante.

paracelso 4Fu Johann Gottfried Rademacher (1772-1850), un contemporaneo di Hahnemann, il padre dell’Omeopatia, a connettere la nuova medicina Omeopatica all’Alchimia: pubblicò un libro di ben 1600 pagine, Erfahrungsheillehre (cioè la Pratica Empirica della Medicina) nel 1841. Parallelamente all’Omeopatia nacque dunque una nuova scienza che Rademacher non volle palesare come Alchimia ma come Organopatia: possiamo dire che questa nuova scienza volle aderire più ad una sintomatologia empirica che ad una similitudine tossicologica com’è per l’Omeopatia. Il sottotitolo del suo testo aggiunge “Giustificazione della pratica empirica della Medicina degli Antichi Medici Alchimisti, malgiudicata… ecc” dato che Rademacher si impegnò sul campo per venticinque anni, osservando la precisione delle teorie di Paracelso e dei risultati ottenuti dai suoi arcana e da quelli proposti dai suoi discendenti, adattati a luogo e stagione. La teoria paracelsiana riguardante gli organi e la loro connessione col tutto, collega indissolubilmente l’opera di Rademacher all’altro celebre Paracelsiano europeo del tempo, Cesare Mattei (1809-1896). Siccome molti dei preparati di Rademacher furono poi sperimentati clinicamente dai medici omeopatici ed accettati nelle loro materie mediche, o ebbero sperimentazioni e usi omeopatici grazie a James Compton Burnett (1840-1901), possiamo ben dire che Rademacher fu il padre della Medicina Alchemica tedesca contemporanea, mentre Burnett sarà uno dei principali traghettatori dell’Omeopatia nel nuovo secolo.
Un altro contemporaneo di Hahnemann fu Goethe che, con grande intuizione, fu situato, da Von Bernus, agli albori di una nuova, seppur tradizionale, concezione paneuropea ed iniziatica della scienza e della medicina; della stessa opinione fu anche Steiner, a cui va il merito di avere incarnato, con Formisano/Kremmerz, col Mattei e con altri Adepti europei, la realtà di una Dinastia Alchemica destinata a regnare con l’uso di sali speciali.

La realtà esterna/essoterica relativa a questa “profezia” di Paracelso prendeva una forma dinastica ed una industriale: la forma di regnanti Alchimisti quali Cristina di Svezia e Francesco I de Medici, di re illuminati quali furono Ferdinando III, Cosimo I e Lorenzo de Medici, e quindi prese anche la forma di grandi industrie chimiche e farmaceutiche alla perenne ricerca di nuove molecole da brevettare. Come dire, una ulteriore e finale forma essoterica dei salia citati nella profezia paracelsiana come la commentarono Van Helmont e Glauber.

È inevitabile che ci siano medicine per le masse – inevitabilmente manipolative quanto a pronto uso - e medicine per chi capisce la guarigione – che lo interrogano su quanto vive e come. Del resto, solo gli ingenui credono in una età dell’oro, mentre chi è più saggio vi intravede un mito utile per educare a visualizzare il bene inaspettato che, comunque, la vita può darci se bussiamo alacremente alla sua porta.

Ogni giorno, però.

Continua...

Note:

[1] - http://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00003600/3694-miscellanea-2006-07.pdf/

[2] - ibidem

[3]https://bmccomplementalternmed.biomedcentral.com/articles/10.1186/1472-6882-14-104

Read 2325 times

Related items

  • Cucinare se stessi. Sul comportamento e sulla condizione dei miei corpi Cucinare se stessi. Sul comportamento e sulla condizione dei miei corpi

    È da parecchi anni che mi dedico al cibo, osservando come esso influisca sul comportamento e sulla condizione dei miei corpi.

  • Castelot and Ballandras made gold while nobody cared Castelot and Ballandras made gold while nobody cared

    The twenties, Nice, France... Gold! This article comes from a French review that dates from 1927, written by Andre Ibels for the Nouveau Journal de Nice At the end of the five chapters of the article you will find the protestation by a Professor of Engineering at the Conservatoire des Arts et Metiers in Paris, that accused the scientists of her time of being cowardly.

    We took the article from the Adam Mc Lean website1, probably the best site of alchemy ever. The article was written by Mark House, an American researcher in alchemy, who in the next issue of NitroGeno will write a commentary about this text and the experiments that took place.

    How i succeeded in making gold according to the process of mr. Jollivet Castelot - December 1925
    By A. Ballandras

    Dosage of Gold obtained by the second method.

    The residue, which had been obtained by a mixture of:

    • Silver 10 grams
    • Tin 3 grams
    • Arsenic sulphide 3 grams
    • Antimony sulphide 3 grams

    was crushed as much as possible and subdued (read: subjected) to a treatment of pure chloric acid like in the first method. [Here is a reference to a first method - not presented here - the above being the second method presented by Ballandras from a text, the name and size of which is unknown to me.] However, to completely eliminate the silver and the tin employer, I scrupled to begin the indicated treatments, that is to say that the powder which was obtained having been subdued first to the action of azotic acid then washed with distillated water, then subdued to the action of chloric acid, then once more washed with distillated water, and these different operations were begun once more with another portion of pure azotic acid, and another portion of pure chloric acid after having carefully washed the insoluble residue was subdued to the prolonged action of aqua regalis following:

    Chloric acid - 15 parts/ Azotic acid - 4-5 parts.

    It must be noted that this thing happened during the ebullition (bubbling; boiling) The washed residue contained the slighter part of gold, this thing would be found dissolved in the last liquor, which I obtained. After 18 hours of digestion at the temperature of about 25 degrees, I subdued the mixture to ebullition during 3 hours. After refrigeration, I filtered this on wool of glass and I looked to see if parts were not drawn along in suspense. Finding nothing I proceeded with an analysis of the liquor which I obtained. For that month I made two parts strictly equal of the liquor, the first being destined to qualitative analysis, the other quantitative.

    A) Qualitative Analysis: Assay of usual reagents:

    • Chloride of Tin - Rose colored precipitate
    • Pure Soda in solution - Voluminous yellow reddish precipitate
    • Sulfate of Iron - During ebullition, metallic precipitate, greenish black very dense spangles.

    B) Quantitative Analysis:

    The second part of the liquor destined to undergo quantitative analysis was treated by H2S when the most important part of chloric and azotic acids were driven out by a prolonged ebullition.

    This time the liquor was slightly acid and had a weak smell of chlorine. I called H2S into action; about 20 minutes long. The black precipitate which I obtained was received by a filter paper carefully washed first with well distillated water, then with hot water and at last with chloric acid. After drying in the vapor-bath, the precipitate was put in a capsule of porcelain and heated in a mould at about 850 degrees, so as to destroy the sulphides precipitated with gold i.e., the arsenic and the antimony. These were naturally decomposed by the temperature of 850 degrees to which it had been subdued during two hours. The quantity of gold obtained was 0.238 grains. The half of the liquor having served for the dissolution having been turned to good use for the qualitative analysis it followed that the whole quantity of gold contained in the original liquor should be equal to double the quantity obtained. i.e., 0.476 grains of gold per 10 grams of silver employed, yield then was 0.476 grains of gold per gram silver. {I must point out that the obtaining of gold is not a mathematical regularity, that is to say, the purport (proportion) of residue changes according to the conditions of heating.}

    old drugstore

    2) Dry method

    I acted on 22 grains of chemically pure silver supplied by Messrs. Poulenc of Paris and on 3.5 grains of chemically pure orpiment supplied by the Pharmacie Central of Paris. The mixture was heated to about 1600 C in a metal smelting furnace for about ¾ hour. The residue obtained was again melted for an hour with the addition of orpiment, after having been hammered for half an hour and re-melted with the addition of small quantities of orpiment every 10 minutes, it was withdrawn. After cooling and the addition of chemically pure antimony sulphide, it was again put back into the furnace, small quantities of orpiment being thrown in every 5 minutes. The residue obtained had a dark metallic tint, after hammering it became slightly golden.

    Analysis of the Residue

    The residue dissolved in chemically pure 36 degree HNO3 first cold and then hot, gave an abundant pulverulent deposit. This deposit after being washed and treated with HN3 to dissolve the arsenic and antimony salts was completely dissolved in aqua regia. The liquor after being chlorinated and filtered was subjected to the reagents of Platinum and gold.

    Mr. Andre Vandenberghe who was acting as preparator for this experiment, had thought that in accordance with the law of evolution of matter, the transmutation of bodies into gold should be preceded or accompanied by their transmutation into platinum. According to Mendeleiev’s progression, we have Pt - 195.2 and Au - 197.2

    The reactions of gold were quite characteristic; the reactions of platinum also seemed to reveal its presence. The quantity of gold obtained in this experiment was estimated at about one gram. I emit the hypothesis that the arsenic acts as a catalyzer and the sulphur as a ferment in this transmutation.

    Jollivet Castelot, Douai, December 1925

    A recent experiment in transmutation

    By M. Jollivet Castelot

    All my research work on transmutation since 1908 has started from the fact that gold is found in nature associated with antimony and arsenic sulphides as well as with Tellurium which is considered as the mineralizer of gold. I therefore considered it logical to introduce Tellurium into the artificial combination of silver and arsenic and antimony sulphides that I make. The following is an account of one of my recent experiments:bI prepared a mixture composed of 6 grams of chemically pure silver, 1 gram of native orpiment (Arsenic trisulphide A52S3) free from gold, 1 gram of chemically pure antimony sulphide, and 2 grams of chemically pure Tellurium. I added pure silica to the usual fluxes. This mixture was heated in the furnace in the usual way for one hour at a temperature of 1100 C (approximately) [note: parenthesis are not mine AMWH].

    The residue obtained was of a blackish grey color with violet reflections. It weighed 6.420 grains. When subjected to the action of nitric acid, the residue was attacked with difficulty and greenish metallic particles became detached. The solution was then decanted and a greenish-yellow residue remained which was kept at the boiling point in nitric acid for several hours, after decanting off the liquor once again, the residue, which had not changed, was washed, treated with ammonia and then subjected to the action of aqua regia in which it was entirely dissolved after boiling for several hours.

    The solution after being chlorinated and then subjected to the reagents of gold, gave the following:

    • Potassium Ferrocyanide - greenish brown coloration.
    • Tin Protochloride + Tin Bichloride - a yellow bronze coloration and then a metallic deposit of the same shade.
    • Ammonia - coloration and precipitate identical with the preceding one and which became transformed into a yellow deposit of fulminating gold at the end of a few hours.
    • Formol - light yellowish black metallic precipitate.
    • Peroxide of Hydrogen - light very finely divided brownish black precipitate.
    • Oxalic acid - yellowish black precipitate.
    • Ferrous Sulphate - golden yellow metallic precipitate.
    • Caustic Potash - a fairly abundant golden yellow metallic precipitate at the end of a few hours.

    The presence of gold was therefore very distinctly shown and a remarkable feature was that the metal obtained possessed the yellow bronze color of gold telluride and of native silver. I had therefore produced a bronze colored gold in my laboratory by artificial means thanks to the intervention of the Tellurium.

    “A certain amount of gold was certainly lost in this test as in all my previous tests, for it is known that arsenic, antimony and Tellurium entrain gold in their fusion and their volatilization. In order to obviate this disadvantage, I had thought of making the vapors of arsenic and antimony sulphides and of Tellurium act on the silver in fusion in a closed vessel by means of a special device, but I have been forced to give up this scheme for the time being on account of the difficulties met with for the construction of this apparatus, the cost of which would be very high. I consider it certain that if the vapors were allowed to bubble through the melted silver, a much higher yield of gold would be obtained than that I have obtained hitherto by an imperfect and too rapid contact of the bodies in presence; while it is undoubtedly necessary to make them react on one another in the state of vapor in a closed vessel.” Jollivet Castelot, Douai, April 24th, 1926

    The chemical manufacture of gold account of one of my last experiments in the transmutation of silver into gold

    As a sequel to my previous work on the artificial synthesis of gold, I have introduced Tin into these new tests as it is also often associated with gold in nature. The following is a description of this new process, thanks to which the percentage of gold obtained destroys all the objections that are raised with regard to impurities.

    I made an intimate mixture of 6 grams of chemically pure silver of which the purity was tested by a professional chemist, the Head of the laboratory of one of the most important Works of the region. 2 Grams of antimony sulphide, 1 gram of orpiment, and 1 gram of Tin; all these bodies were obtained from the Establishment Poulenc of Paris and were chemically pure. I added the usual fluxes and then heated the whole in a crucible in the furnace to about 1100 C fort2 about 1 hour, twice adding a small quantity of antimony sulphide.

    The residue obtained was treated for a long period in pure 36 degree nitric acid, first cold and then at the boiling point.

    The insoluble residue was next washed with distilled water, treated with ammonia, washed again and finally treated for a long period with boiling aqua regia. The liquor when filtered and subjected to the reagents of gold showed the presence of this metal in the form of deposits3 which maybe estimated at 0.05 grains in all, which is very high considering the 6 grams of silver employed.

    With Oxalic acid, the solution turned violet and gave an abundant black pulverulent precipitate.

    With Hydrogen Peroxide, a very finely divided precipitate of gold.

    With Formic Aldehyde, a brown precipitate of gold.

    With Tin Protochloride, an intense violet pink coloration.

    The addition of Tin to the other bodies has certainly facilitated the reactions of the gold and increased the yield of this metal which can be manufactured artificially by my process.

    It would be easy to show that, given the respective prices of gold and of the other substances that are used in my process to produce it, a profit could be obtained if the process were worked industrially; all the more so as the greater part of the silver employed can be recovered at each test.

    I believe I now hold the key to the regular and even industrial manufacture of gold. But the industrial question is voluntarily put aside from my thoughts, for my only object is the search for pure scientific truth.
    Jolivet Castelot, Douai, April 15th, 1927

    Table of reactions

    “GOLD”

    • C2H2O4 - Abundant deposit of metallic gold.
    • H2O2 (basic) - Brown precipitate.
    • K4 Fe Cy6 . 3H2O - Green coloration.
    • Na2CO3 (in ebullition) - Brownish precipitate.
    • “PLATINUM & GOLD”
    • NH3 - Reddish yellow precipitate (Au); topped by a yellow precipitate (Pt).
    • KOH - Reddish yellow precipitate (Au); topped by a yellow precipitate (Pt).
    • SnCL2.2H2O - Solution colored brown with reactions of platinum salts and deposit of black powder.
    • KI - Solution becomes reddish followed by a discharge of iodine and a brown precipitate (Platinum iodide).

    Extracts from the press

    “It must be admitted that it is extraordinary and incomprehensible that France for the past ten years has refused to take an interest in the experiments of a rich and universally respected scientist who has given proofs of his worth, even after the conclusive experiments carried out by an official chemist, Mr Ballandras of Lyons.”
    Andre Ibels, La Razon, June 8, 1927

    It is unjust, gentlemen, that a scientist of the value of Mr. Jollivet Castelot should be held in suspicion at the very moment when he is losing his sight through overwork. To continue his work, however embarrassing it may be to yours, is a sacred duty.”
    Declaration by Mademoiselle M.L. of Paris. Professor of Engineering at the Conservatoire des Arts et Metiers, Paris, at the Chemical Congress in Paris. October 1927

    “Oh! it is not that Mr. Jollivet Castelot has not attempted to make his invention known in France, on the contrary, he has written leaflets and books and has founded reviews for this purpose... Not only was he not taken seriously, but he was also a butt to the sarcasm and even to the insults of the official scientists in general and of the Nobelist Perrin in particular. The Acedemie des Sciences itself - as usual - refused to record his communication.”
    Andre Ibels, Nouveau Journal de Nice, October 16, 1927

  • On making gold yesterday. Tradition, ethics, history On making gold yesterday. Tradition, ethics, history

    It is essential not to fall into the incorrect idea of believing that alchemy only means “to make gold”, as we have already explained in the editorial, and we invite everyone to read it because it contains all the ethics of the science/art in just a few sentences.

  • Nevertheless, we can make Gold, absolutely Nevertheless, we can make Gold, absolutely

    To create Gold through Alchemy is just like free climbing a very steep cliff without any safety lock, a situation where the handholds are few, tilted and small.

Leave a comment

Make sure you enter all the required information, indicated by an asterisk (*). HTML code is not allowed.

SUBSCRIBE TO OUR NEWSLETTER!

and get the latest on News - Events - Offers!

x