Illuminazione e BDSM: una provocazione? - Fontana Editore

Illuminazione e BDSM: una provocazione?

Proponiamo questo articolo politicamente scorretto certi di stimolare salutari domande nel lettore (N.d.E.).

Alzi la mano chi da piccolo non ha mai giocato agli indiani o al dottore con la cuginetta! Il problema è che questo mondo incantato ci viene tolto subito; purtroppo si va a scuola e presto finiamo seduti nei banchi e interrogati alla lavagna per essere sterilizzati, anestetizzati e irregimentati per diventare dei bravi ‘colletti bianchi’. Ma cosa c'entrano illuminazione e BDSM? Andiamo a scoprirlo...

In punto di morte la nonna del sig. Gurdjieff disse al suo amato nipote: “Nella vita, non fare mai quello che fanno gli altri… O non fai nulla, cioè vai solo a scuola, o fai qualcosa che mai nessuno abbia fatto”. Ma di nonne così ce ne sono in giro poche.

Quindi niente più lotte nei prati, niente più prove a suon di pizzicotti, niente più ortiche per torturare i prigionieri dell’altra tribù, niente più punture sul sederino delle bambine ma, soprattutto, bando a ogni forma di trasgressione e a ogni desiderio di individualità al di fuori del recinto di gruppo.

I discoli che frequentavano l’Istituto di Monsieur Courtial e Ferdinand (Céline) nella campagna alle porte di Parigi, un vero e proprio milieu di scolari malandrini, rimane uno dei casi tanto benedetti quanto sporadici che, ahimè, si possono leggere solo nelle pagine di un bel libro comeMorte a credito.

A proposito di trasgressioni ricordo ancora lo sguardo attonito che si scambiavano i Miei quando, da piccolo, scorrazzavo per casa con le scarpe coi tacchi alti. Mi piaceva un sacco farle picchiettare sul pavimento ma, in realtà, ciò che adoravo era vedere l’imbarazzo che coglievo nei loro occhi e tutto lo scompiglio che creavo.

In famiglia si diventa grandi troppo presto. La nudità per esempio, benché del tutto innocente, viene quanto prima scoraggiata e il messaggio che passa, a cominciare dalle mura domestiche è che la mente è l’unica cosa importante - la “testa” viene prima del corpo che quindi deve essere messo debitamente in disparte.

È l’ultimo anello di un’infinita catena che recita che la carne è qualcosa di volgare e di cui è sempre meglio non fidarsi, soprattutto nel contesto della nostra cultura o, per meglio dire, della nostra morale che non ha mai perso l’occasione, nei secoli dei secoli, di demonizzare.

Fumare le prime sigarette, rubare le ciliegie dagli alberi o sopportare prove fisiche per essere ammessi nella banda di quartiere, ‘far pipì in cerchio’ esibendo il pisello o spiare le bambine dal buco della serrature sono i primi ma anche gli ultimi colpi di coda della nostra neonata sessualità contro la gabbia del perbenismo, del politically correct, che come detto scende fin troppo presto sulle nostre teste.

Qualcuno poi ha inventato il Carnevale come valvola di sfogo, non si sa mai. Ma chi se ne frega! Per tutti i bambini il Carnevale rimane il tempo felice del mascheramento e dei più bei ricordi della loro vita, con tutti quei travestimenti frizzanti e perfetti, che nascono sempre in modo naturale, spontaneo, immaginario e con tutti quei lazzi & frizzi così distanti dall’ordinarietà della vita di tutti i giorni.

Un mondo di cose, insomma, che non hanno un gender, che non sono mai né maschili né femminili e non finiscono né per ‘a’ né per ‘o’, con una ‘i’ o con una ‘e’, ma sono puri strumenti per costruire una splendida Civitas Nova che non ha una bandiera e neanche troppi problemi e che non è certo il borgo abitato dai borghesi come mamma e papà.

BDSM (Bondage/Legatura Dominazione Sadismo Masochismo) è l’acronimo che nasce nel 1985 negli USA per alleggerire queste quattro brutte parole che sembrano uscite da grossi tomi di criminologia o di patologia psichiatrica.

È un movimento underground di gente adulta che esce allo scoperto per rivendicare il diritto di giocare come da piccoli, di cercare il piacere, di vivere le proprie inclinazione senza alcuna censura e di sperimentare i propri limiti attraverso il sesso che, nonostante il gran parlare che si è sempre fatto e le “conquiste” hippy degli anni ‘60, rimane universalmente il lato più oscuro e inibito dell’essere umano.

In quanto gioco delle parti ecco che allora il BDSM è anche mise en scène, il sale della vita si potrebbe dire, un ingrediente essenziale nel cammino di ricerca di sé stessi, che dice no alla repressione delle fantasie sessuali ma che vuole esprimerle e liberarle sinceramente, seriamente, senza eccessi e in tutta sicurezza.

Oggigiorno gli adulti, quelli che pensano che il tempo dei giocattoli sia solo quello dell’infanzia, hanno seri problemi. Fanno uso di psicofarmaci in quantità industriale, di alcool, sono vittime del mercato mondiale dello sballo e della pornografia, del gioco e riempiono di soldi le tasche di analisti e strizzacervelli; non solo gli stadi di calcio.

Sono gli effetti collaterali del colletto bianco che fa da anello costrittore al libero flusso dell’energia tra mente e corpo. Il corpo che viene ignorato quando non completamente abbandonato da qualche parte. Tutto rimane lì, nel cervello, e non c’è bisogno di tirare in ballo Lowen per spiegare che loro due, invece, devono lavorare in coppia per dare alle persone una vita piacevole e meno complicata.

Secondo Osho - e mi fido più di lui che degli Istituti di ricerca ma anche gli esperimenti di un ‘accademico’ come Wilhelm Reich lo confermano - l’80% di uomini e donne hanno problemi d’impotenza, di eiaculazione precoce e frigidità. I rapporti tra i due sessi sono sempre più tesi, distaccati. Oggi a New York è del tutto impensabile che un white collar possa prendere l’ascensore con a bordo una career woman tailleur scuro tacco 12 da sola. Venir denunciati di rape, sexual violence or stalking è un attimo.

Dopo queste anticipazioni e lasciando perdere le varie ‘performance’ e ‘specialità’ del BDSM che in questa sede non interessano, occorre dire che questa disciplina non è solo una rivendicazione dei diritti della carne o del ‘famolo strano’, ma va letta principalmente come una rivoluzione psicosociologica, avente un’anima sua propria, che rimette fieramente sull’altare i valori della paganità, primo fra tutti quello della non-uguaglianza delle genti.

Non ci stiamo riferendo alle tesi del fortunato libro di J.A. de Gobineau sulla ineguaglianza delle razze, ma sul concetto di base che le persone si dividono senz’altro in due categorie ben distinte: vittime (sub) e carnefici (Dom), impegnate ambedue a giocare i rispettivi ruoli nella savana della vita.

E non ci stancheremo mai di sottolineare quanto il concetto di Vero sia intimamente legato alla terra, alla campagna, ai prati, dove giocano i “bambini”, entità con il quale il corpo vive in simbiosi e in intimo/diretto contatto. Il pagus dei Latini ha qualcosa a che fare con il villaggio rurale e il paganus che viveva fuori città fu il più restio di tutti ad abbracciare il Cristianesimo e ad abbandonare il culto dei falsi déi.

La Verità della savana, senz’altro crudele per molti aspetti, ormai da tempo è stata completamente ripudiata dagli antenati del colletto bianco in favore di una società moderna di ‘tutti uguali’ (come insegnano a scuola), una mise en scène questa volta teorica e falsa, basata su rapporti artificiali e di convenienza che “uniscono” tra loro gente infelice e annoiata.

Proprio nei giorni scorsi ho ricevuto una proposta per collaborare con un tour operator della Tanzania. I tre video che mi hanno mandato in visione riguardavano solo sbranamenti di un antilope, di un cucciolo di ippopotamo (non ricordo l’altro) da parte di un gruppo di leoni con tutt’intorno una mandria assatanata di turisti che, dai finestrini o arrampicati sulle Land Rover, filmavano e scattavano foto con sorrisetti e occhietti eccitati.

Questo popolo-Vanilla è sempre quello dei famosi white collar vestiti da esploratore che se ne stanno al sicuro sulle loro 4x4 (han sempre qualcosa che li protegge) coi loro stress, le loro psoriasi e le loro creme solari e che, come non si sognerebbero mai di scendere a terra, tantomeno di mettere il piede nel subspace, il terreno della sessualità ‘alternativa’.

La scuola salta a piè pari il tema vittima-carnefice insito nella vita per insegnare cose irreali. Fuori dall’aula, però, si passa subito dalla teoria alla realtà e non è difficile assaggiare un po’ di botte dal prepotente di turno dietro l’angolo. Si sono ipocritamente inventati il temine bullismo (parola che odio con tutte le mie forze) per far credere che questo ‘problema’ sia nato solo oggi, come per incanto, e non faccia parte della nostra notte dei tempi.

Le maestre-mamme (i maschi sono spariti da decenni) ti parlano di giraffe, leoni, formiche, ippopotami, ecc., ma il nocciolo della questione è un altro e come sempre nessuno lo vede o non vuole vederlo. Sembra una cosa paradossale ma è il “contorno” che conta, la prateria.

La cosa veramente importante è lo scenario, the subspace, che avvolge indistintamente piante, animali ed essere umani in un mutuo legame (Paracelso), quasi una specie di campo magnetico sulle cui forze regna sovrana la Legge della sottomissione. Questo è lo spazio/habitat Vero, Reale, quello naturale, dove si mangia o si viene mangiati: l’Orrore che non viene insegnato sulla lavagna.

“The Horror has a face, and you must make a friend of horror. Horror and moral terror are your friends. If they are not, then they are enemies to be feared. They are truly enemies”. E quando l’Orrore e il Terrore Morale non riusciamo a guardarli in faccia e a farceli amici, come dice il col. Kurtz di Apocalypse Now, (perché ci hanno sterilizzati) allora siamo proprio in un bel guaio.

Aveva ragione la nonna del sig. Gurdjieff! Tra i banchi ti parlano di libertà, di uguaglianza, dell’amore (ma non del suo complementare), di cose ‘belle’ insomma, anche di Dio delle volte, ma gli allievi più fortunati sono quelli che da grandi hanno il coraggio di credere solo a sé stessi, di dialogare con il loro corpo, in modo sincero e consapevole, di credere solo in ciò che sperimentano.

Cibo, aria e impressioni, come si sa, sono alimenti vitali e se uno di questi viene a mancare l’essere umano muore. Oltre a soddisfare i primi due l’uomo ha bisogno di ricevere impressioni, di esperienze che sono poi quelle cose che lo fanno “decidere”, all’istante, da che parte stare, se porsi come Dom o come sub.

Questa “scelta” dipende dall’indole e cioè dall’attitudine, innata, che consiste nella capacità naturale di essere e di affrontare le cose. Il problema allora va visto in modo del tutto ‘trasversale’ nella misura in cui non esiste il sesso debole o il sesso forte. Non è il soma che detta legge ma la psiche di una persona. Un maschio con una psiche femminile sarà sempre una donna in un corpo da uomo.

La questione non è tanto quella di ciò che si è fuori ma di ciò che si è dentro! Una società come la nostra, che privilegia ciò che ci si è messi d’accordo di essere esternamente (quello che si è fuori), crea una moltitudine di disadattati, coscienti a livello incosciente di questo Horror artificiale, preoccupati di vestire panni che non sono i loro e in cui non si sentono a loro agio.

Wilhelm Reich curava le nevrosi non in base ai sintomi (del corpo = soma) ma analizzando le loro manifestazioni (del carattere = psiche) dei vari soggetti. Questi ingorghi (causati dal colletto bianco), che impediscono il libero flusso della ‘propria’ energia orgonica, sono proprio il frutto della repressione del comportamento naturale, soprattutto in campo sessuale, cui si viene assoggettati fin da piccoli.

I sub del BDSM, come i Cercatori di Verità, sono persone che dopo aver visto e accettato il subspace, hanno il coraggio e la forza di viverlo nel “non siamo tutti uguali”. Il sub annulla il minimo riguardo di sé stesso a livello corporeo (ma non solo) mettendosi a completa disposizione del Dom come fa il discepolo a livello emozionale (ma non solo) con il suo Maestro. Mente, cuore, corpo & sesso vengono donati e messi nelle mani di un’altra persona.

Ho già avuto moltissime discussioni a riguardo e chi volesse sollevare, anche in questa sede, il tema-tabù del sesso del/con il Guru può vedere “Holy Hell", “Bikram, yogi, guru, predator”, Going Clear Scientology”, “Wild Wild Country” prima documentarsi sulle messe orgiastiche/zooerastiche di Aleister Crowley. Di sesso, e non solo tantrico, se ne fa alla grande sia nei club privé sia tra l’incenso e le candele delle sagrestie e dei templi di tutto il mondo.

“La sua vita (Gurdjieff) sessuale era strana nella sua imprevedibilità. In certi momenti conduceva una vita rigorosa, quasi ascetica, senza alcun rapporto con le donne. Altre volte la sua vita sessuale sembrava scatenarsi, e bisogna dire che i suoi periodi sfrenati erano più frequenti di quelli da asceta. A volte aveva rapporti sessuali non solo con quasi tutte le donne che capitavano nella sfera della sua influenza, ma anche con le sue stesse allieve. Un buon numero delle sue allieve gli diedero dei figli”. (J.G. Bennett)

In un certo senso nel dungeon (sotterraneo), la “sala torture” del BDSM, succede un po’ come nell’ashram. Se da un lato il sub vuole sperimentare sulla propria pelle, svegliare il suo corpo esplorandolo da dentro sensazioni forti, dall’altro il neofita vuole svegliare la sua mente, annullare il corpo, distaccandosene il più possibile, per osservarlo quasi fosse quello di un’altra persona.

Nonostante gli scopi siamo differenti, la condizione psicologica è la stessa. La sottomissione viene vissuta appieno solo se si riconosce la superiorità di chi regge il gioco in un rapporto di non-uguali. Il sub/discepolo sa benissimo che non potrà mai essere spietato con sé stesso fino al punto in cui può arrivare a esserlo il Dom/Guru.

<<L’attrae in modo irresistibile, o per meglio dire l’inebria farsi maltrattare da me; avanti, lo confessi>>. <<Ebbene sì,>> risposi, ancora in ginocchio davanti al lei <<e più di quanto creda>>. La principessa cominciò a ridere. <<Lo so, sopporterà ogni cosa, soprattutto se indosserò una pelliccia!>>. <<Io posso amare solo ciò che è al di sopra di me>> proseguii <<una donna che… >>. (“Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch)

Nel secolo scorso, i ne(g)ri delle colonie in Africa non accettavano di farsi frustare dagli italiani solo perché non li rispettavano, ritenevano che le loro mancanze dovessero essere punite da gente a loro superiore.

Un po’ quello che succedeva a bordo dei vascelli che navigavano i Seven Seas dove il flogger (gatto a nove code), per mano del nostromo, dettava la disciplina e teneva a bada una ciurma che nel rango sociale del Commander riconosceva il suo giusto diritto di superiorità, di tramite e di unico rappresentante di un potere ancor più grande e assoluto incarnato da Sua Altezza Reale la Regina Vittoria, Mistress di un impero vastissimo.

Il Prince Albert è il più diffuso piercing genitale maschile e consiste nell’inserire un anello attraverso l’apertura uretrale in modo che esso operi nella parte inferiore del pene. Prende il nome dal magnifico consorte di questa famosa regina e venne introdotto in Inghilterra dalle colonie d’India dove veniva usato da secoli per le sue virtù erotiche.

Il Queen Victoria è la sua variante, in questo caso l’anello viene applicato nella parte superiore del glande. Rimane senz’altro curioso il fatto che Her Majesty the Queen, molto esperta a letto e nelle pratiche BDSM, è poi diventata nel corso della storia l’icona e il sinonimo di castigatezza dei costumi per antonomasia.

Se riusciamo a veder l’acqua solcata dai velieri come materia liquida, allora ci troviamo ancora una volta di fronte a un ground basculante, un mare su cui la Royal Navy la faceva da padrone e che senz’altro è complementare alla terra, l’oceano della sottomissione.

Alcuni pensano che le pratiche meditative siano solo un rilassamento celestiale, che non vi sia dolore, sofferenza fisica o, quantomeno, niente di paragonabile a quello che avviene nel BDSM. Ma praticare sukhasana per ore, giorni o anche settimane, stando immobili e seduti a terra o con l’aiuto di una panchetta non è uno scherzo.

Benché si effettuino delle pause, trattenere i bisogni corporali, sopportare crampi, pruriti o il formicolio nelle membra o resistere all’intorpidimento e al sonno magari, sotto i colpi del Kyosaku (Bastone della Saggezza) delle pratiche Zazen, è una specie di ‘terzo grado’ che non si supera certo resistendo o stringendo i denti, ma solo con l’utilizzo di tecniche di respirazione, di rilassamento e di completo abbandono.

Altre volte invece il Dom lavora a livello psicologico creando imprevisti o situazioni non concordate a priori, magari con l’aiuto di bende sugli occhi che, impedendo di vedere, disorientano completamente lo slave creando uno shock aggiuntivo che lo getta nel panico più completo.

“Ti senti completamente vivo solo quando pensi di morire” ha detto qualcuno e qui entriamo nel mindfucking del BDSM, quella branca che riguarda la tortura cerebrale.

In queste situazioni di estremo pericolo l’istinto prende il sopravvento, la mente perde il controllo, il corpo produce grandi quantità di adrenalina e si prepara con tutte le sue forze a quella che viene vissuta come una minaccia letale. L’eccitazione in questi momenti non è di tipo sessuale, ma rimane una delle più intense che si possano sperimentare.

L’esercizio delle STOP che il sig. Gurdjieff praticava a Fontainebleau sui suoi allievi, era qualcosa di molto simile. Un Lavoro di ‘tipo mentale’, che mirava a far superare al “malcapitato” di turno i suoi limiti che, come si sa, spesso sono frutto della nostra immaginazione. “The goose is out!” recita il famoso koan Zèn.

Nelle situazioni in cui ‘non sai quello che ti aspetta’, sia perché non vedi ciò che succede o non sai quello che frulla in mente al Maestro, i sensi si fanno sempre più acuti, tutto ciò che sta intorno come l’aria, i suoni ma anche il respiro e l’eccitazione si fanno più vividi. Più il corpo è costretto più la mente si libera e abbandona le sue catene psicologiche per raggiungere un senso di libertà ineguagliabile.

Coloro che entrano in questo stato vivono come un senso di estremo benessere e leggerezza. Quando il cervello riesce ad accettare che ogni azione e ogni sensazione provengano da una fronte esterna, senza applicare alcun tentativo di controllo o razionalizzazione, le porte del subspace si spalancano e avviene la magia.

Per il Dom portare qualcuno a sperimentare il subspace è una grandissima soddisfazione, benché solo di tipo mentale. Al sub succede qualcosa di più completo e intenso al tempo stesso, qualcosa di emozionale e di fisico che delle volte causa svenimento o azioni più ‘graziose’ e più lente del normale.

Il BDSM è abbandono del corpo, la meditazione è abbandono della mente.

L’immobilizzazione, sia nel bondage che nel vipassana buddhista, è un fatto innaturale che fa scattare nel soggetto non solo sensazioni corporee ma anche, a livello cerebrale, simboli e associazioni di idee che, come detto, nel primo caso vengono assaporate fino in fondo mentre nel secondo vengono mandate via.

Per il Dom, legare una persona ha un fascino più di tipo estetico, distaccato, una specie di sfida creativa, onanistica, del tutto personale che non prevede alcun interscambio con la sua “opera”. Lo slave invece, oltre al dolore fisico, sviluppa un acme erotico di tipo immaginativo che passa obbligatoriamente attraverso il rapport con il suo aguzzino (“Il portiere di notte”, film). Ovviamente non può legarsi da solo ma anche se così fosse non sarebbe la stessa cosa.

Quella del sub è una specie di prova d’amore verso il Dom e si potrebbe dire altrettanto per il discepolo nei confronti del Maestro, anche se in questo caso il flirt avviene in modo molto più nascosto.

A livello psicologico scatta una specie di dolce de-responsabilizzazione! Il sub ‘incolpa’ le corde della perdita della propria padronanza esterna, un alibi che si ripercuote anche a livello interiore dove scatta una vocina che comincia a dire: "non ha più senso opporre resistenza". Una delle espressioni più usate dai sub per descrivere cosa si provi realmente durante un bondage è: “senso di libertà”!

Quel senso di libertà che vivono anche gli allievi di alcune scuole esoteriche nei loro esercizi per ‘sviluppare l’attenzione’ o di meditazione quando finiscono per essere ‘in questo mondo ma non di questo mondo’. In questo caso però avviene l’estratto contrario in quanto è proprio la perdita dei propri ‘ego’ (corde, legature) che permette di avviare il processo ‘estatico’.

‘Non disperdere energia’ è la parola d’ordine generale. Nel primo caso per poter reagire (benché in teoria) all’immobilizzazione che si subisce e che rimane pur sempre un pericolo, mentre nel secondo caso per poter immagazzinare un’energia pulita a-sessuata ‘da utilizzare/trasformare più avanti’.

Ma cos’è, alla fin fine, che fa di una persona un Dom o un sub? Perché si fanno certe “scelte”? Come mai i Dom sono sempre pochi mentre i sub riempiono gli stadi? In un gruppo c’è sempre un solo leader & tantissimi seguaci, è un dato di fatto.

Personalmente ho sempre avuto il presentimento che non si diventi mai niente e che si nasca in un certo modo e per sempre. I Maestri non hanno mai avuto Maestri, non sono mai stati discepoli e i discepoli non saranno mai dei Maestri.

<<Io cerco il piacere,>> continuò (Wanda) <<perché non credo nella felicità. Tutto ciò a cui gli uomini danno questo nome esiste solo nella loro immaginazione, si fonda su un autoinganno. Io sono troppo razionale per abbandonarmi a illusioni. Ma per carattere io non accetto di subire l’inganno, sia che venga da altri o da me stessa; invece di lamentarmi della mia sorte, mi vendico della natura ostile giocando la parte del destino nei confronti degli altri. Se non posso essere felice, ho almeno il piacere di veder soffrire gli altri, e di un piacere decuplicato, quando sono io la causa della loro sofferenza>>. (“Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch)

È lecito affermare allora che anche il Dom, al pari di principessa Wanda von Dunajew, sia un soggetto che inconsciamente non crede in quella felicità, in un Paradiso, che il sub invece vive nella sua immaginazione come forma di autoinganno? Si può dire allora che sulla terra tutti immaginano e solo pochi vivono la vita nella sua esatta realtà?

Come abbiamo già detto il Dom non ‘comunica’ con nessuno, non ha una natura emozionale che gli permetterebbe di dialogare con un'altra persona/Entità e per lui, se esiste un paradiso, sarebbe senz’altro sulla terra. I sub invece, e sono tantissimi, ‘comunicano’ con gli altri per essere felici e diventare, secondo loro, più completi.

Se il Dom è un paganus coi piedi per terra senza alcuna speranza di Realizzazione lo stesso vale, se tanto mi da tanto, per il Guru. Ma chi è allora un Guru, cosa ha visto, cosa sa in realtà, cosa sta facendo coi suoi allievi? Tornando ai canoni dell’800, è forse uno che ha un’indole femminile, come la natura della donna così ben descritta qui di seguito da Wanda?
<<La donna malgrado tutto i progressi della civiltà, è rimasta esattamente come la creata la natura: ha il carattere del selvaggio (paganus), che è fedele e infedele, magnanimo e crudele, a seconda dell’umore del momento...>>. “Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch)

Il primitivo, come il Guru, di fondo è un ateo privo d’amore e di devozione, che vede la divinità solo come un’Entità necessaria (Girard), un arbitro super partes capace di regolarizzare rapporti tra esseri umani diventati ingestibili (faide, guerre, epidemie) che potrebbero minare l’esistenza stessa dei diversi gruppi sociali. Nel campo dell’umanamente possibile però è sempre lui, in quanto DOM/Guru o Maestro, a sentirsi una divinità.

Il sub/discepolo, per contro, è quello cui <<… in ogni epoca, l’educazione (la scuola) seria e profonda ha cercato di plasmare il suo carattere morale e di uniformarlo sempre a dei princìpi (il colletto bianco) anche quando è egoista e cattivo. Ma la donna obbedisce sempre e solo a degli impulsi>>.

Paradossalmente quanto inaspettatamente, possiamo allora lanciare il nostro scoop per affermare che il maschio ha la natura dello schiavo; in quanto vittima del dovere, segue regole e imposizioni, sopporta corde e frustate che lo portano (ma non lo ammetterà mai) a… “Naufragar m'è dolce in questo mare”. (Giacomo Leopardi)

È proprio il maschio/slave/discepolo ad avere già in sé, per natura, tutte le carte per affrontare il percorso della Sofferenza Volontaria, quello della Cerca/crescita sia essa erotica o spirituale. Nelle sensualità della donna il maschio assapora alcunché di divino e cerca nel contempo di scontare quel senso di incompletezza e di inadeguatezza che, in qualche modo, prova nei suoi confronti.

Per la donna/Dom/Guru o Maestro che dir si voglia, la Sottomissione è come l’orticaria, qualcosa di allergico del tutto impossibile da attuare. Sentirsi Dea/Dèi/Dio’ rimane sempre un “maledetto” ostacolo, insormontabile, che non permette loro di piegare il capo né di fare ciò che non vogliono… (non è forse la donna anch’essa creatrice, fattrice, benché in scala ridotta, di uomini?).

È brutto da dire, ma il mito di Sansone e Dalida, che in questa sede casca a fagiolo, sembra aver lasciato il tempo che trova. Il maschio/slave/discepolo coi grossi muscoli ha perso irrimediabilmente anche i suoi capelli, è allo sbando, e la donna/Dom/Guru sembra aver tradito la sua prerogativa qualitativa e spirituale diVis creatrice e dominatrice per accontentarsi di cose ben più profane, legate alla terra e alla quantità, come quella di far diventare il suo pink collar sempre più white.

Ecco allora che ancora una volta, come auspicano certi ambienti, la ‘salvezza’ è rappresentata da quell’Uomo Nuovo, Rebis o Androgino di là da venire, che riuscirà a risolvere la dialettica Dom/sub, Maestro/discepolo o donna/uomo in favore di un μόνος (unico, solo) signore e padrone di sé stesso.

Bibliografia:

  • I racconti di Belzebù a suo nipote di Georges Ivanovic Gurdjieff, Neri Pozza, 2009.
  • Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline, Garzanti, 2021.
  • La violenza e il sacro di René Girard, ADELPHI.
  • Analisi del carattere di Wilhelm Reich, TASCO.
  • BDSM - Guida per esploratori dell’erotismo estremo di Ayzad, Alberto Castelvecchio editore.
  • Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch, ES.
  • L'enigma Gurdjieff di John G. Bennett, Astrolabio Ubaldini, 1981

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