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Giovedì, 29 Giugno 2017 12:53

La Kabbalah Ebraica ed il Paradosso di Epicuro - parte 2

Le solite risposte ed il paradosso del Giusto Sofferente: Oggi riprendiamo, dopo la prima parte pubblicata la settimana scorsa, questo viaggio in cui esploriamo insieme l’eterno problema “Che cos’è il Male, da dove viene, perché esiste”.

Una settimana fa abbiamo fatto una ricognizione “a drone” sorvolando per così dire il dibattito tramandatoci dagli archivi della storia della filosofia per finire anticipando qual è, in sintesi e punto di partenza, la visione della Kabbalah ebraica, che, come vedremo, produce poi una serie di proposte etiche ed operative. Questo è possibile perché la Kabbalah non è un catechismo ma una Tradizione, che è fatta di molte teste e di molte idee, anche più di un’idea per testa, che sono unite da una matrice comune.

Oggi passeremo in rassegna, suddivise per gruppi omogenei, le principali soluzioni proposte dai filosofi più influenti e dalle religioni più diffuse. Per ciascuna vedremo perché alla luce della Kabbalah queste soluzioni siano insoddisfacenti. Non pretendiamo assolutamente che la Kabbalah sia il parametro universale di ciò che va bene ed è da tramandare e di ciò che invece può essere buttato. È un fatto oggettivo che il problema dell’Unde Malum è tutt’oggi ancora lì, inquietante, corrosivo delle nostre apparenti soluzioni, e – inutile nasconderlo – argomento principale di un pensiero che più che ateo, preferirei descrivere come scoraggiato negazionismo della possibilità dell’esistenza di un D-o e di una via di risoluzione della nostra difficile condizione umana.

Punto primo: il problema del male è da sempre la sfida fondamentale da affrontare per tutte le religioni. È il benchmark del loro successo e diffusione a macchia d’olio oppure lo scoglio contro cui prima o poi si sfasciano ed affondano, il tarlo irrisolto che nel tempo si fa sempre strada nella tela di una dottrina, la rende via via più logora fino a farla diventare impalpabile, ed è allora che quella religione avvizzisce e muore, anche se come religione-zombie nelle apparenze continua il suo tran-tran salvifico di sempre…

La presenza nel mondo del Dolore e della Sofferenza – concetti che in termini mitologici, teologici e filosofici sono da sempre manifestazioni associate al Male – è con ogni probabilità una delle ragioni fondamentali dello stesso sorgere delle religioni. La Religione è quella dottrina, che in qualche modo i viene presentata come di origine divina, che ci spiega innanzi tutto il perché del male, che lo inquadra nel senso generale della Vita e che ci consola e ci sostiene quando ne siamo inevitabilmente vittima. Il Male, forse, può essere addirittura il fenomeno che ha indotto lo stesso pensiero autocosciente e riflessivo dell’Uomo. Il risveglio del Buddha è l’esempio forse più celebre di una rivoluzione copernicana del pensiero causata dall’incontro sconvolgente dell’allora Siddharta con il Male e con il Dolore.

Per ritornare ora nell’ambito dell’ebraismo e del cabalismo, Franz Rosenzweig, il grande filosofo ebraico del secolo scorso, ha affermato che a suo giudizio la filosofia stessa nasce infatti dalla realtà della morte e della paura radicale che essa incute ai vivi. Se l’ebraismo di per sé come sappiamo, non in effetti ha detto molto di originale sul tema del Male, la Kabbalah invece, è stata influenzata nella sua rinascita definibile come “adolescenza” ispanico-provenzale, da riflessioni originate dal confronto con il neo-platonismo, l’aristotelismo, ma anche da tradizioni meno formalizzate quali il pensiero ermetico e misterico, filtrate attraverso la raffinata ed allora ben più evoluta filosofia sufica espressasi prodigiosamente in seno all’Islam, e questa esposizione ha fatto del tema del Male un filone ideologico portante, indissolubilmente intrecciato con la sua stessa Teosofia, la sua Teodicea e la sua Cosmogonia. La Kabbalah è finalizzata alla Rettificazione dell’Uomo e del Mondo, al recupero della Luce che fu dispersa, Luce qui soffocata, incrostata com’è dalle Q’liphot, che sono il guscio, la scoria, le forme imprigionanti del Male e dell’esilio doloroso che ci separa dalla sintesi di ogni cosa nell’Uno.

E queste sono davvero le grandi domande. Più diventi con l’età consapevole che la tua vita non durerà per sempre e sempre di più nessuno può fare a meno di chiedersi: che cosa è davvero importante, e cosa non lo è? Qual è il senso ultimo dell’esperienza della vita? Perché dobbiamo soffrire, perdere tutto ciò che amiamo, ed alla fine, morire?

Filosofi, Profeti, Religioni, Guru, ci hanno dato molte risposte e meritano tutte un esame ed una critica. Ricordiamo che, per scelta di chi scrive, qui esaminiamo solo le risposte elaborate dalla tradizione culturale Euro-Mediterranea e del Vicino Oriente. Procediamo.

LA RISPOSTA DI TIPO A.
È quella classica, tipica e consolidata della porzione del mondo che abbiamo indicato appena ora, in cui per altro è confluito molto del sapere elaborato dalle grandi civiltà classiche del mondo antico: Egitto, Grecia e Roma. Questa risposta recita in sintesi:

“Sì, c’è sicuramente un significato intrinseco proprio dell’Universo; e sì, l’Uomo ha la possibilità di relazionarsi con questo significato ed alla fine di avervi accesso”.

Questa rassicurante affermazione alla fine si dimostrerà troppo astratta e non si rifletterà mai adeguatamente nell’esperienza dalla maggioranza assoluta delle persone, che non hanno scelto di occuparsi di metafisica e di vie iniziatiche verso la conoscenza e la consapevolezza del Sé, e questo perché troppo strettamente legati alla ruota perenne del vivere, produrre, consumare, morire. E infatti in tutti noi comunque, al di là delle rassicurazioni delle religioni rivelate e di molte forme di spiritualità empirica, resta il boccone amaro in gola, quello che non va mai veramente giù:

“Se davvero è così, e l’Universo ha un senso, perché allora la vita umana è un’esperienza completamente attraversata - dalla culla alla fossa - dalla presenza del dolore e della sofferenza?”

Se poi ci capita anche di essere un “iscritto” al club dei fedeli delle religioni rivelate, allora quella domanda striderà ancora di più rispetto all’immagine di quella Divinità Onnipotente da cui promana ogni Amore e benedizione che onoriamo con dedizione e speranza. Questo stridore produrrà inevitabilmente quella che chiameremo l’Osservazione Primaria Fondamentale:

“Perché se c’è un D-o che è tanto Onnipotente quanto la fonte primaria dell’Amore e di ogni Bene, allora questo D-o consente poi che persone INNOCENTI soffrano o addirittura soccombano per l’effetto della presenza e dell’azione del Male nel Mondo?”.

Questa osservazione induce le religioni ed affini alla formulazione della replica/risposta di Tipo B.

 

LA RISPOSTA / REPLICA DI TIPO B.

La controreplica classica dei detentori delle verità rivelate è piuttosto tranciante:

“Il Male è la punizione che D-o consente si manifesti e si abbatta sull’Uomo come conseguenza e retribuzione della sua disobbedienza alle leggi divine”.

OK. La Torah, per fare un esempio per me scottante, è in più di un passo tassativa e cruda fino all’estremo: colui che non rispetta il decalogo – cioè non onora il suo lato del contratto esistente tra YHVH ed il Suo Popolo – verrà colpito da D-o con una pioggia di eventi di malasorte retributiva, oppure D-o semplicemente lascerà che ogni sventura dell’Universo lo colpisca senza fare alcunché per impedirlo o per mitigarla. Classica è l’enumerazione delle conseguenze tipiche: "la tua lingua si attaccherà al tuo palato, i tuoi raccolti si avvizziranno e periranno, il tuo bestiame sarà sterile e così tua moglie e soffrirai infine dolorose perdite nella tua famiglia, ed alla fine la tua stessa vita finirà per lasciarti, ma solo dopo una lunga serie di miserie, tormenti e lutti." È un avvertimento molto chiaro. Ma …quando il Male sembra colpire un INNOCENTE?....

 

LA VARIANTE ALLA RISPOSTA B.

Ma, ricordando la non rara eventualità del Male che sembra colpire arbitrariamente o casualmente uno o più soggetti innocenti, trasformandoli nel paradosso del Giusto sofferente, allora ci viene ricordato che la Torah precisa molto spesso che il Signore nel suo amore è geloso e possessivo verso il Suo Popolo. Questo amore infinito nella sua profondità quanto nella sua possessività (per gli addetti ai lavori cabalistici parliamo qui degli eventi e delle volontà che hanno luogo a livello del Partzuf divino noto come Zeir Anpin) porta il Divino ad irrogare il suo castigo in via generale tanto nello spazio (ex: su tutti i Figli di Israele a causa delle colpe di pochi, su tutti gli abitanti di Sodoma e Gomorra, inizialmente a dispetto del fatto che anche lì vivono pochi Giusti accanto ad una maggioranza di mascalzoni e dissoluti, oppure anche sull’intera umanità e su tutto quanto viva sulla terra in quel momento, come nel caso del Diluvio Universale) quanto attraverso il tempo (ex. Le colpe dei padri ricadono sui figli e così via per un numero variabile di generazioni).

Piaccia o meno, e sia tutto questo più o meno o per nulla comprensibile dal nostro punto di osservazione, secondo le letture tradizionali questo è il metodo e la regola che D-o ha voluto ed imposto al Mondo che ha creato, una regola della cui esistenza ci ha avvisati in debito anticipo e ci ha anche dato in seguito nel corso della storia anche illustri esempi dissuasivi. Tanto ci dovrebbe bastare per scegliere l’obbedienza alla Legge e la fedeltà al Patto. Quest’ordine di idee che sembra precludere alla possibilità di una replica ulteriore è ormai vecchio di svariati secoli, per non dire millenni. Ovviamente però le repliche ci sono state lo stesso, in un simile arco di tempo. I Filosofi per esempio hanno il problema congenito, per la loro stessa natura di ricercatori e di formulatori di domande, che per un vero filosofo una certa soluzione non sarà mai convincente, se non soddisfa fino in fondo la Ragione ed il suo bisogno di sentire che essa è conforme alla Verità che è umanamente attingibile.

Se volessimo solo gettare uno sguardo al secolo scorso si sono verificati scenari reali dove il Male ha talmente dominato ogni dimensione del vivere da oscurare qualsiasi possibile luce per farci dubitare con Nietzsche se per caso D-o non fosse morto. Il XXI secolo è iniziato con il Crollo delle Torri Gemelle e con tutte le devastazioni e atrocità che ne sono seguite e che si susseguono tutt’oggi. Se in Rwanda i machete che tranciavano arti e teste erano impugnati da altri esseri umani, Tsunami e Terremoti sono quelli che in inglese si definiscono “Acts of G-d”, in cui puntualmente le conseguenze sono inasprite da quanto l’uomo aveva creato nelle zone colpite sfidando la Natura per avidità di profitto e di potere.

L’apparente trionfo del Male ci porta a dubitare. E se D-o fosse morto? Anzi, se D-o non fosse mai esistito? Eppure il XIX secolo un suggerimento prudente ce l’aveva dato quando Dostoevskij, per bocca di Raskol’nikov ci fa osservare:

“Se D-o non esiste, tutto è permesso”.

Beh, nessuno di noi vorrebbe sinceramente vivere un solo minuto in un mondo così. C’è chi lo ha provato un mondo così: la Shoah, i Killing Fields della Cambogia, le fosse comuni di Srebrenica. È solo qualche esempio. Gli ottimisti hanno allora prodotto le risposte di Tipo C.

 

LA RISPOSTA RAFFINATA, QUELLA DI TIPO C. TRANQUILLI, C’È UN PIANO”.

Si può per esempio dire che il Male in realtà non esiste, se lo si considera in una visione veramente olistica, cioè in quella che molti chiamano semplicemente “the big picture”,cioè in una Visione d’Insieme e Teleologica di vasta portata spazio-temporale che ricomprenda in sé e riconduca ad un senso razionale e comprensibile i casi specifici apparentemente aporetici che riteniamo eticamente ed emotivamente inaccettabili al livello “terreno” ed esperienziale di osservazione.

Per esempio un tizio perde improvvisamente un lavoro che amava fare come fosse la sua ragione di vita, resta senza mezzi per qualche tempo, ma poi troverà un lavoro migliore e più realizzante e magari meglio retribuito. E questo lavoro non lo avrebbe mai trovato senza il licenziamento (male apparente e temporaneo) perché non avrebbe mai avuto il coraggio di dimettersi. Oppure per motivi burocratici e varie circostanze imprevedibili una tizia perde il volo urgente che appariva un’esigenza indispensabile, crede di aver perso l’occasione della vita, salvo poi scoprire che quell’aereo ha avuto un problema serio. O magari che è precipitato. Chi racconta aneddoti simili conclude invariabilmente:

"D-o ha un Piano per il Mondo e per ciascuno di noi”

 

OPPURE (RISPOSTA DI TIPO C, ALTERNATIVA)

“D-o opera per vie misteriose” ovvero “I fini di D-o sono inconoscibili, la sua Volontà imperscrutabile”.

Segue il corollario: “Beh, D-o ha sempre un Piano. Anche su quello che oggi ti ha devastato. Resta fermo nella tua Fede. Non è dato all’Uomo comprendere i Disegni di D-o.  Solo che qualcuno in ogni tempo e luogo ha conservato e conserva un sano e legittimo dubbio essenziale, riassumibile così: "ma perché Qualcuno che dice di amarci prima ci colpisce e ci stende rasi al suolo in modo improvviso, inatteso ed incomprensibile, non si spiega, non ammette domande, fa il misterioso, e tuttavia pretende però che lo capiamo, o che comunque manteniamo la fede in Lui, e che Lo ricambiamo con infinita devozione e filiale amore?"
Il modello di mondo e di relazione Creatore-Uomo che emerge dalla risposta di tipo C, nelle sue varie declinazioni, risulta francamente irritante perché presuppone l’inutilità della Ragione, di cui invece, secondo la Kabbalah e non solo la Kabbalah, HaShem ci ha fornito con dovizia. E se l’ha fatto ciò significa che la Ragione in questo mondo ha presumibilmente un qualche impiego essenziale da assolvere.

Nell’ebraismo stesso lo shock dell’Olocausto è rimasto per molti una ferita aperta, uno scandalo per la ragione, un vicolo cieco dalle stessa fede. Qualcuno di noi ha provato a inserire il pensiero provvidenziale del Piano, realizzando che forse la Shoah ha dato una spinta finale determinante a quel processo storico e di autocoscienza che dalla seconda metà dell’800 ha portato gli ebrei al ritorno nelle terre dei padri, laddove si sono riuniti ai fratelli che sono sempre rimasti lì tra mille tribolazioni ed umiliazioni. Il riscatto per tutti quanti è stato il sorgere – vincitore tra le macerie di una guerra omicida che l’ha assalito alla nascita - dello Stato di Israele. Alcuni di noi invece , al contrario, quando celebrano Pessach, la Pasqua israelita, e leggono nel corso della liturgia della Cena le famose Quattro Domande dei Quattro Figli che iniziano tutte con ”Mah” (perché, ne aggiungono una quinta, relativa alla Shoah che semplicemente consta di un “Mah?”, un perché doloroso come un buco nero che attende ancora una risposta.

 

VARIANTE D. L’IMPUDENZA DI EPICURO.

E qualcuno magari alla fine concluderà che è inevitabile concordare con quella linea di pensiero formulata per primo da Epicuro, e che lo ha reso nei secoli una vera bandiera dell’ateismo militante, quando con lieve sarcasmo il filosofo greco sillogizzò:

“E’ in D-o la volontà di impedire il Male ma non riesce a farlo? Allora non è Onnipotente. Ne è capace ma non vuole? Allora Egli è Malevolo. E se vuole impedire il male e ne è capace, da dove viene tutto il Male di cui facciamo ogni giorno esperienza? E se non vuole e non è capace, perché allora continuiamo a chiamarlo D-o”?

Dal punto di vista della Kabbalah questa impostazione mentale è difettosa nel manico perché pone sullo stesso piano ontologico D-o e gli elementi della realtà che egli ha creato e poi tira delle conclusioni che partono da questo fraintendimento di base di cosa sia la realtà, che invece per la Kabbalah è mirabilmente articolata nei Suoi molteplici piani (i cinque Mondi, le 10+1 Sephirot). Il punto cioè è che si tratta di due petizioni di principio. In questo contesto e limitatamente a questo punto la Kabbalah appare come fondata sul Postulato dell’esistenza di HaShem, ha Yotzer (il Creatore, Colui che dà Forma). Ed Epicuro si fonda su quello della sua Inesistenza. Non si tratta dunque di due impianti di pensiero LOGICI in modo ASSOLUTO, ma solo coerenti con il Postulato originativo. Il fatto certo, empirico, è che quando si fa la personale e diretta esperienza del Male … beh, ecco, a noi sembrerà esattamente quello che ci sembra che sia: un Male. E se qualcuno venisse a dirci che in realtà stiamo facendo l’esperienza di un bene perché c’è un piano, questa ci sembrerà nel migliore dei casi una provocazione intellettualistica, non rispettosa della nostra sofferenza presente e reale. Potrebbe essere vissuta come una considerazione che manda in corto circuito il nostro senso di frustrazione ed impotenza davanti all’essere divenuti vittima del Male. È un pensiero che può intralciare i nostri necessari processi di elaborazione del lutto e del dolore. In qualche modo il pensiero di un possibile “piano di D-o” può anestetizzare ed ottundere quelle emozioni e quelle esperienze che stiamo vivendo. Per costoro il Piano è una consolazione patetica e stucchevole che non soddisfa la Psiche e frustra la Mente. La posizione razionalista di Epicuro è una posizione limitata ed alla fine insufficiente a risolvere il problema, dato che si ferma all’aporia soddisfatta di averla messa in luce. Paradossalmente questa è una posizione molto onesta che può più facilmente di altre evolversi e sfociare nella soluzione cabalistica al problema del Male di cui tra poco parleremo, quando davanti alla ragione si aprono strade concrete prima non immaginabili e la speranza ci porta a provare ad inoltrarci lungo di esse.
.
Fine parte seconda

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Fabrizio Piola

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    Origini e Storia

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    Essenza meravigliosa delle piante_3

    Nel X sec. d.C. fu l'alchimista e medico arabo Abd Allāh ibn Sīnā conosciuto come Avicenna che per primo espose su di un testo tramandato il metodo della distillazione e il relativo ottenimento dell’olio. L’olio, così estratto, più prezioso fu quello della rosa. L'acqua e l’olio di rosa furono esportati in Spagna durante il periodo delle crociate ed ebbero larga diffusione in tutta Europa. Molte estrazioni di olio in Egitto vengono tuttora fatte con lo zucchero o con l’olio di cotone; in quest’ultimo caso si assomma all’effetto profumato e topico esterno della pianta, quello dell’olio di cotone scaldato che è un potente ipnotico e calmante/narcotico. Nel Medioevo divennero di gran moda i profumi orientali, ma si cominciarono a produrre le essenze di lavanda, rosmarino, salvia e di altre piante aromatiche che venivano poi impiegate miscelate con altri ingredienti per la preparazione di pozioni profumate, se non magiche e curative.

    piante 4

    I Frati domenicani arrivarono a Firenze, all’inizio del XIII secolo e posero attorno alla chiesa di Santa Maria Novella un monastero. In questo realizzarono una farmacia e un orto, dove iniziarono a coltivare erbe medicinali per farne balsami, unguenti e altri rimedi a base di erbe per l’infermeria del convento. Quando la peste nera è arrivata in Europa a metà del XIV secolo, spazzando via il settanta per cento della popolazione di Firenze, i monaci fecero un distillato di acqua di rose da utilizzare come antisettico per disinfettare le case. Più tardi a Firenze, nel Rinascimento, furono estratte circa settanta essenze che furono utilizzate pure o composte con altri ingredienti dagli alchmisti del tempo per curare le numerose epidemie che colpivano la popolazione, di cui la peste era solo la più grave.

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    La maschera a becco d’avvoltoio

    La veste indossata dai medici per proteggersi durante le epidemie di peste nera, aveva la forma di una maschera a becco d'uccello dove, all'interno del becco, era contenuta una miscela di erbe balsamiche con in più, nella zona della bocca, una garza imbevuta di aceto e specifici oli essenziali per resistere al tanfo e al contagio.

    Tra le erbe aromatiche vi erano rosmarino, chiodi di garofano, aglio e ginepro, utili per alleviare il fetore della carne putrescente infettata dalla peste, e gli oli essenziali, sempre di garofano e ginepro, uniti alla lavanda, all’incenso e alla mirra. Oggi, i ricercatori di erboristeria e farmacologia sanno che questi oli essenziali, come anche gli olii volatile dell’aglio fresco, sono dotati di proprietà antibatteriche verificate in laboratorio nei confronti di un batterio appartenente allo stesso ceppo dei batteri responsabili della peste, lo Yersinia enterocolitica.

    Oltre a ciò i medici, i cerusici e i loro assitenti, indossavano un cappello a tesa larga e degli occhialoni provvisti di lenti protettive; avevano lunghi guanti e stivali alti, entrambi scuri, una tunica sempre nera che arrivava ai piedi e una bacchetta vagamente assomigliante a un caduceo per sollevare le lenzuola e le vesti, oltre che per spingere gli appestati per chiedere loro di girarsi o per controllare lo stato di avanzamento della putrefazione delle piaghe.

    Come se non bastasse già il dramma di questi poveri ammalati, si aumentava l’aspetto sinistro di tutta la scena con questo vestimento, probabilmente per scoraggiare ogni reazione di rabbia impotente nei confronti dei medici. Consideriamo che facilmente i medici del tempo non riuscivano a guarire la peste e che solo grandi alchimisti come Borri, Fioravanti o Starkey riuscivano a debellarla. Fatalmente, tuttavia, quest’ultimo ne rimase ucciso dato che si era già intossicato a dovere in laboratorio e che, nonostante ogni elisir o ens, aveva già la sua capacità immunitaria al lumicino. Non differentemente Newton e, ancora di più, Glauber, si erano rovinati la salute in laboratori senza cappe aspiranti o, addirittura, senza nemmeno finestre, operando distillazioni di salnitro, fusioni di mercurio o detonazioni di metalli senza minimamente preoccuparsene.

    Oggi questa veste medica è considerata una delle più tipiche maschere del carnevale veneziano, e con la bacchetta i finti medici del Carnevale, nei secoli, hanno rincorso e insidiato le signorine o fatto scherzi ai signori.

    Essenza meravigliosa delle piante_7

    Caterina de’ Medici - Una regina fiorentina teenager a Parigi

    Nel 1533 la quattordicenne Caterina de’ Medici andata sposa al Duca d’Orléans, futuro re di Francia anch’egli quattordicenne, introduce alla corte francese, grazie al suo profumiere di fiducia Renato Bianco e ai frati di Santa Maria Novella, l’uso dei profumi italiani. Così il profumo emerse dalle nebbie fumose del medioevo dove era stato dimenticato dopo i fasti d’epoca romana per divenire elemento indispensabile alla convivenza sociale delle classi più agiate, grazie a Caterina de’ Medici.
    La nobiltà francese scoprì e amò appassionatamente i profumi, oltre che le feste, la caccia e l’annusare tabacco. Ma profumarsi, in particolare, facilitava i rapporti personali, ingentiliva gli approcci e incrementava il prestigio di chi lo indossava. In una Corte dove l’esibizione, l’esteriorità e lo sfarzo erano elementi indispensabili per mantenere il proprio rango e per contro, la mancanza di igiene, gli odori provenienti da corpi mai lavati e da fiati pestilenziali che inibivano spesso i tentativi di ascesa nella scala sociale, il profumo fu il balsamo che apriva le porte del successo.

    Caterina de’ Medici proveniva da una città, Firenze, in cui i profumi erano regolarmente indossati dalle dame, e oramai quasi tutti i conventi delle maggiori città d’Italia avevano almeno un frate alchimista che si dedicava alla lavorazione delle erbe e all’estrazione delle loro essenze.

    Essenza meravigliosa delle piante_8Nel 1700 fiorì “l’arte della profumeria” e gli aromi divennero di gran moda in ogni corte dell’epoca e Parigi divenne infine la capitale di questo nuovo interesse a cui parteciparono anche alchimisti eccelsi come Lefevre e Lemery.

    Ma fu all’inizio del 1900 che si riscoprirono le virtù terapeutiche degli oli Essenziali, grazie ad un chimico profumiere francese, Rene Maurice Gatefossè, che accidentalmente, durante un incendio nel suo laboratorio, si ustionò gravemente una mano e non avendo acqua a disposizione la immerse in un contenitore pieno di olio essenziale di lavanda, la mano guarì velocemente, senza produrre infezioni e senza lasciare cicatrici. Da quel momento Gatefossè cominciò ad approfondire gli effetti terapeutici delle essenze. Pubblicò diversi libri e coniò il termine “Aromaterapia”. Jean Valnet medico e chimico francese contemporaneo, incuriosito dalle ricerche di Gatefossè durante la sua esperienza di medico militare nella II guerra mondiale applicò i principi terapeutici degli oli Essenziali per curare i feriti e per la disinfezione degli ospedali da campo. In seguito a questa esperienza pubblicò diversi studi sui poteri curativi delle piante e diffuse l’utilizzo terapeutico degli oli essenziali nel mondo occidentale. Quando furono scoperti gli antibiotici e con l’avvento della chimica moderna, che permise di sintetizzare i principi attivi in laboratorio, la fitoterapia perse d’interesse per la ricerca farmaceutica. Ai nostri giorni con il ritorno della medicina olistica, l’erboristeria torna a essere di moda e l’industria farmaceutica reindirizza la ricerca verso gli effetti terapeutici delle piante. Gli studi pubblicati da Gatefossè, Valnet e altri studiosi francesi del 1900, oggigiorno, vengono riconosciuti validi dalle attuali ricerche biochimiche e microbioligiche, che confermano nelle esperienze di laboratorio, l’efficacia e la potenza degli Oli Essenziale.

    Ora voglio rispondere ad alcune domande

    Cosa sono gli oli essenziali dal punto di vista chimico-biologico?

    Gli oli essenziali sono sostanze aromatiche di natura volatile prodotte dalle piante in piccolissime quantità e si presentano in forma molto concentrata. Si raccolgono, in minuscole goccioline dentro cavità detti vacuoli, contenuti in ogni cellula. Gli oli sono generalmente in forma liquida e oleosa che cambia di densità e di colore in base alla specie e la parte della pianta da cui sono estratti. Le molecole degli OE sono di dimensione molto piccola, ma con una composizione chimica assai complessa per alcuni aspetti simile a quella degli oli vegetali. L’attitudine lipidica e la dimensione ridotta permettono loro di penetrare attraverso la membrana cellulare umana ed essere assorbiti facilmente dalla pelle e dalla mucosa.

    Perché le piante producono oli essenziali?
    Rispondendo a questa domanda possiamo intuire il perché della complessità chimica degli oli essenziali e le loro potenzialità terapeutiche. Dunque:

    1. le Piante principalmente producono gli oli essenziale come strategia di difesa contro parassiti, insetti, muffe, batteri eccetera. Nel campo della ricerca medico-scientifico è stato dimostrato che l’OE di Tee Tree oil ha poteri antibatterici più forti degli antibiotici di sintesi e che non sviluppa resistenze, motivo per il quale ultimamente le case farmaceutiche più aggiornate lo aggiungono alle loro formulazioni per migliorarne l’efficacia.
    2. Come difesa dal calore; le piante che crescono nei climi caldi trasudano oli essenziali per evitare di bruciarsi quando il sole è molto forte. È per questo motivo che le specie vegetali vissute in clima caldo, solitamente, sono molto più ricche di OE di quelle cresciute in un clima più freddo.
    3. L’essenza può anche servire alla pianta come parte attiva della cicatrizzazione quando il fusto viene attaccato e ferito. Ci sono studi scientifici che dimostrano che l’olio essenziale d’incenso ha potenti proprietà antitumorali, proprio per la sua capacità antinfiammatoria e rigenerativa dei tessuti, sia quelli vegetali, che quelli animali.
    4. L’aroma dei fiori è un valido aiuto per la riproduzione della pianta, che emanando profumo richiama gli insetti impollinatori. Gli OE sono molto compatibili con gli ormoni umani tanto che fin dall’antichità a tutt’oggi sono usati per amplificare l’attrattività e il richiamo sessuale.
    5. Un altro scopo della produzione di OE per le specie vegetali, non di minor importanza, è da rintracciare nella comunicazione dato che le piante parlano tra di loro attraverso l’emanazione di profumi nell’ambiente circostante. Per questo motivo, se impariamo ad ascoltarli, i profumi delle piante comunicano con la nostra anima!

    Essenza meravigliosa delle piante_10

    Come si ottengono questi preziose sostanze?

    Esistono diversi modi per ricavare gli OE dalle piante aromatiche, e ciò dipende soprattutto dalla parte della pianta da cui sono estratti.

    Distillazione a corrente di vapore

    È il metodo più utilizzato; attraverso questo procedimento si sfrutta il vapore acqueo per rimuovere le molecole aromatiche dalle loro sedi, i vacuoli. Le piante vengono poste all’interno di un alambicco, in alcuni casi dentro a una carta-filtro o in un distillatore apposito, dove viene fatto passare del vapore acqueo il quale trasporta con se anche le micro-gocce di OE, olio essenziale; la corrente passa attraverso un rostro dotato di esternamente di una serpentina di raffreddamento, il vapore raffreddandosi diventa acqua e si deposita nel recipiente. In genere si usa un imbuto separatore con apposito rubinetto, col quale si lascia passare prima l’acqua e poi l’olio, separandolo così dall’acqua su cui galleggia. Questo procedimento è molto delicato, richiede molto tempo e una copiosa quantità di pianta; mediamente da un etto di materia vegetale si estrae 1 mg di olio essenziale, però in alcuni casi l’olio risultante è molto meno. Questo è anche il motivo per il quale gli oli – e i profumi – costano così tanto.

    Pressione a freddo

    È il metodo utilizzato per estrarre gli oli essenziale presenti nella scorza e nei semi. Si separano le scorze dai frutti si aggiunge dell’acqua e si spreme tramite un torchio. Con una centrifuga si separa l’acqua dall’olio.

    Enflorage

    È una tecnica lunga e costosa, impiegata per estrarre profumi dai fiori particolarmente delicati come gelsomino, tuberosa ecc. Si dispongono i petale su dei teli cosparsi di grasso, un tempo si utilizzava il grasso di maiale, ora si utilizza grasso di palma o altri grassi vegetali. Si lasciano riposare in un luogo riparato dalla luce e fresco fino a quando quando i petali cambiano colore e hanno rilasciato completamente il loro aroma nel grasso. Si sostituiscono con altri petali appena raccolti fino a ché il grasso non è totalmente impregnato di profumo divenendo una massa aromatica detta “poumade”. In seguito si estrae l’olio essenziale con l’alcool e infine si distilla per eliminare ogni traccia alcolica.

    Estrazione con l’alcool

    Gli oli essenziali si possono ricavare in macerazione alcolica, ma è veramente difficile separare completamente l’olio dall’alcool, rimane sempre una punta alcolica nell’essenza. Per esempio John French consigliava di fare macerare i fiori di gelsomino dentro a del vino bianco delicato.

    Estrazione con CO2

    Con questo procedimento gli oli si estraggono con l’anidrite carbonica; è un metodo molto più rapido e si ottiene maggiore quantità di Essenza con minore quantità di pianta. Questo procedimento però non è accettato da tutte le scuole di aromaterapia né tantomeno dagli spagiristi.

    Estrazione con solventi chimici

    L’olio viene estratto dalla pianta con l’uso di solventi chimici. Il solvente più diffuso nelle industrie è l’esano. È fortemente sconsigliato l’utilizzo di tali prodotti per l’aromaterapia perché uccidono in buona parte le proprietà della pianta e possono provocare finanche allergie e intossicazioni.

    Aromaterapia e Alchimia

    Essenza meravigliosa delle piante_11

    Paracelso volle confutare l’idea galenica dei quattro elementi e quindi promulgò il verbo dei tre principi Solfo, Mercurio e Sale.

    Nella spagiria vegetale l’elemento Solfo è contenuto negli oli essenziali. Lo Solfo corrisponde all’Anima, il cui principio veicola nella pianta, in quanto coscienza. L’anima può essere considerata inerente alla natura ignea/solare in ogni regno.

    Gli oli essenziali sono detti in alchimia anche oli eterici e, come abbiamo già detto, in genere sono definiti col termine “olio”, anche se in realtà non sono propriamente degli oli, ma vi assomigliano in virtù dei loro comportamenti fisici simili ai comuni grassi vegetali come l’olio di oliva, di mandorle e tutti gl’altri oli spremuti. Perché essenziali? L’origine del termine risale al periodo rinascimentale e dipende dallo sviluppo delle tecniche di distillazione alchemiche. Gli alchimisti, fin dai tempi antichi, avevano sviluppato il concetto che i quattro elementi contenessero in se un quinto elemento, una “Quinta Essentia”, una centralità relativa alla coscienza, al pensiero, all’amore/etere universale, ovvero relativa la forza che tutto unisce in Uno. Solo questo senso poteva spiegare la forza che in comune avevano le piante nei loro oli essenziali, nel loro Solfo, come anche spiegava le varie, singole propensioni di ognuna di esse che si esprimeva pienamente, appunto, nel suo Solfo, ovvero nell’olio essenziale. La distillazione per gli alchimisti, è un processo con il quale “si purifica il grossolano dal sottile” e, più semplicemente, si separano le sostanze non volatili da quelle volatili. L’Alchimia opera sovente evidenziando la quint’essenza degli enti nei tre regni minerale, vegetale e animale, rendendo così il corruttibile incorruttibile, ovvero, estraendone l’essenza.

    In realtà la Quintessenza e l’olio essenziale non sono affatto la stessa cosa ma possiamo dire che sono imparentati; intrecciando metafore e corrispondenze fra piante e esseri umani, con la Quintessenza abbiamo in un certo senso l’illuminazione farmaceutica della pianta, con l’olio essenziale ne abbiamo l’anima, cioè quella forza attrattiva che nel mondo umano richiamerebbe la ricerca spirituale e quell’attenzione capace di evocarne e coltivarne il senso.
    Una funzione della coscienza è quella catartica, che conduce a una trasformazione profonda, come quella della fenice rinascente dalle proprie ceneri. Per questo le essenze, ovvero l’anima delle piante, agiscono a livello psichico sull’essere umano; d’altronde anche la scienza sostenendo che l’olfatto è legato al sistema limbico ci indica che i profumi sono connessi quindi in modo funzionale ai ricordi, le emozioni, le intuizioni, tutte esperienze che vengono elaborate nel sistema limbico.

    Quindi l’utilizzo del principio Solfo della pianta è particolarmente indicato per una terapia emozionale, per quelle persone che hanno scompensato il lato emotivo, o che vivono schiavi di vecchi schemi mentali ed emozioni negative, anche qualora arrivino a creare disturbi comportamentali quali l’isteria, la paranoia, la depressione, le fobie, le ossessioni. Personalmente trovo sorprendente come un olio essenziale possa condizionare questi stati, talvolta già solo con un prolungato ascolto dell’olfatto.

    Quindi vediamo come ciò che è l’anima, la coscienza - per la pianta che non ha individualità - vada a corrispondere alle emozioni nell’essere umano, a ciò che di più veloce e colorato resta nella memoria degli uomini, qualcosa che è in sé esperienza e narrazione, sempre che detti “umani” abbiano cura di legare le emozioni al loro intuito spirituale e non solo lasciarle in balia di frenesia, mera curiosità o nella ricerca di un senso esistenziale davvero senza speranza: in quanti oggi cercano nelle “emozioni” una specie di ricarica motivazionale/esistenziale (“wow!”), quando in realtà chi ha un vero intuito spirituale sa che in ogni istante noi viviamo-emozioni-sconfinate, sempre se restiamo aperti allo Spirito. Poi da queste possiamo volgerci certamente verso le gioie sensorie, senza più smarrirci.

    Essenza meravigliosa delle piante_12

    Ogni pianta, per esempio, di Lavanda, pur crescendo in un suo modo peculiare è identica a ogni sua “sorella”, quindi è come tutte-le-altre-piante-di-Lavanda. Ma proprio nel suo olio zampilla quella frequenza che le da una qualità che la fa differente dall’Achillea o dalla Menta.

    La differenza fra un Olio di Menta e uno di Lavanda è da noi percepito finanche quando avviciniamo il naso alla nostra tintura spagirica e ne sentiamo vibrare il profumo che, nel mezzo del Sale e del Mercurio resi ben puri, si aumenta e diventa ancora più vibrante e sottile. Allora la freschezza della menta diventa anche un cambiamento fisiologico in noi, oltre che emozionale e psicologico. Poche gocce hanno un enorme potere se noi, in più, vi partecipiamo con tutto noi stessi, cosa che una semplice pianta sa fare senza fatica dando in un profumo/frequenza già tutto di sé.

     

     

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