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Venerdì, 07 Dicembre 2018 15:33

Lo Zen Naikan come pratica di benessere armonico

Lo zen naikan porta a chi lo pratica un benessere armonico, una gioia continua, il più fermo aiuto alla guarigione e incoraggia la più alta realizzazione spirituale.

Lo zen naikan - praticato dai monaci zen cinesi e giapponesi - è una forma di ascesi yoghica:

  1. della mente, dato che opera assieme a visualizzazioni e col respiro,
  2. dell’energia, andando a incentivare lo scorrimento dell’energia emotivo/nervosa/pranica e della forza respiratoria/bioelettrica/qi,
  3. del corpo, dato che usa movimenti e respirazioni particolari, permettendo così lo sviluppo della Forza Bioelettrica e Staminale.

Mentre a causa della mentalità materialista si sviluppano protesi tecnologiche esterne a noi, e medicine che agiscono al posto della nostra capacità di reazione, lo zen naikan ci incoraggia a fare di noi stessi ardore, forza, conoscenza sorgiva e libertà.

Lo zen naikan è un dono che proviene dal buddhismo zen della scuola rinzai; da monaci e laici dediti alla realizzazione della forza dello spirito, della mente, dell’energia e del corpo.

Il naikan riassume l’essenza dello yoga lavorando con i cinque prāṇa, e l’essenza del qigong, lavorando col jing e col qi per realizzare lo shen.

La parola naikan fu usata specificatamente dal Maestro Hakuin Ekaku, solo tre secoli fa, per definire un metodo di coltivazione dell’energia associato a un nuovo concetto di pratica meditativa dinamica e adatta sia ai laici, che svolgono vita attiva nella società, che ai monaci praticanti.

Lo zen naikan di cui parliamo non è il naikan ideato da Yoshimoto Ishin - di cui abbiamo certamente rispetto - ma è l’addestramento alchemico insegnato da millenni nella scuola rinzai dello zen.

All’età di diciotto anni, nel 1977, ebbi l’onore di essere accolto a sanzen - nella stanza segreta dove vengono dibattuti i koan - dal Maestro Luigi Mario Engaku Taino nel tempio zenshinji, e così fui accolto due anni dopo a sanzen anche dal Maestro Yamada Mumon; fu proprio in questo luogo che ebbi l’esperienza palese di cosa potesse essere la forza del dantien resa manifesta in un uomo ottantenne, peraltro malato fin dalla giovinezza. Tutti ricordano il Maestro Mumon per la sua energia staminale inesauribile, nonostante avesse un solo polmone funzionante, e di quanta potenza esprimesse con il suo ki-tentai, cioè con l’estrinsecazione del suo qi.

L’aggettivo staminale definisce il principio germinale e costitutivo degli organismi viventi di ogni regno, dal vegetale all’animale, fino all’uomo.

L’etimo Staminale evoca nei suoi radicali, derivati dalla lingua greca e latina, qualcosa di strutturale e ancestrale, evocando i concetti di stare, di struttura portante, di fulcro e di filo. La cellula staminale può essere realmente considerata un primordiale fulcro, una struttura o il filo del tessuto della vita, così come la tensione bioelettrica è un fulcro ed è, nel suo scorrimento, il filo energetico che sta alla base della vita e del nostro benessere, muovendo ogni funzione nella cellula, nei tessuti e negli organi. Aggiungiamo che le ultime ricerche scientifiche a riguardo del sistema nervoso extrapiramidale, del sistema nervoso enterico, della epigenetica e la formulazione del concetto di resilienza non fanno che riconfermare, secondo l’approccio scientista contemporaneo, la correttezza dei principi che costituiscono l’antico metodo naikan.
Possiamo certamente affermare che il naikan sviluppa la nostra capacità immunitaria - ovvero adattogena - e che è una tecnica di rapido impiego con la quale si possono realizzare quei fatti tangibili - comunemente definiti miracoli - di cui sono stato testimone ogni giorno della mia vita; certamente queste esperienze servono per incoraggiarci ma non devono in alcun modo distrarci dalla ricerca interiore quanto, piuttosto, nutrirla aprendoci allo stupore in modo innocente e responsabile.

Praticando e studiando i metodi dello zen sia della scuola rinzai (línjì), che della scuola soto (caodong), oltre che del tantrismo vajrayana e dzogchen, ho iniziato ad apprezzare sempre più l’ingegno sintetico di Hakuin.

Sottolineiamo ancora che, da quanto narra Hakuin, il naikan fu insegnato anche ai laici, fatto che ci incoraggia a non voler mantenere un segreto che nemmeno Hakuin volle occultare ma - come ci ha consigliato l’attuale Dalai Lama - a offrire a chi è pronto l’occasione di sviluppare se stesso.

Migliorare noi stessi per un mondo migliore.

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    Anni fa comprai incuriosito una certa edizione de “Lo Zen” di Alan Watts, proprio perché vi era l’introduzione di Umberto Eco.

    Tutto mi sarei aspettato tranne quanto lessi, eppure se ci chiediamo come mai Eco scelse Borges per la parte del cattivo nel suo Il Nome della Rosa, orbene, la risposta non sarebbe granché umoristica ma fin troppo scontata: tutto ciò che non sta immobile sotto un microscopio - anche fosse un microscopio umanista/semeiotico - sarebbe per Eco una forma di occultismo e quindi di coprofilia paranazista. Zen compreso.

    Poi Eco può anche essere divertente, irriverente, sui generis ma su di questo non scherza.

    Infatti Eco si distinse in quelle pagine sullo zen per un certo fastidio; faccio presente che io lessi quello che c’è scritto e basta, dato che non ero e non sono ideologicamente schierato nei confronti di Eco, né pro né contro, e nemmeno lo ero verso ciò che dovrebbe rappresentare il “monumento Eco”. Si provi a comprendere la mia critica non certo come un esorcismo in nome di un’altra “verità”, bensì come una folata proveniente dalla freschezza mattutina che ha la realtà che tutti stiamo respirando ora; sono due diverse operazioni matematiche, Eco mette, io tolgo anche se dico, anche perché mentre dico, rido.

    Conosco bene il terror-panico che crea nelle menti dogmatiche questa sfuggente identità-non-identità, così sovente confusa con una super-identità.

    Nella disanima dell’intellettuale pede-lombardo, a parte i sensati richiami a Wittgenstein e Husserl, e la sempre piacevole capacità di elaborare ed esporre le proprie idee, il lettore viene severamente convinto che lo zen sia un nemico giurato dell’ordine scientista imposto; lo zen è per Eco una specie di reincarnazione delle seconda legge della termodinamica, sì, proprio quella relativa all’entropia. Ciò, per quanto inatteso e bislacco, è palpabile nelle sue stesse parole; per Eco i koan ed i mondō sono “…interrogazioni dalle risposte assolutamente casuali…”. Questa già come entreé non è male, vero? Ma state comodi, poi arriva il fagiano ripieno.
    Una domanda sorge spontanea: dove si è informato Umberto Eco a riguardo dello zen? Penseresti che abbia letto Suzuki, almeno!, se non Hisamatsu, o magari altri della “Scuola di Kyoto”, no? Chi è che lo ha supportato nel sul odio scientifico nei confronti dello zen? Bisogna andare a leggersi Ernest Becker per capire l’inghippo, perché è Becker che Eco ha elaborato in modo “critico”. C’arriviamo un passo alla volta.

    Ecco l’elenco degli allergeni zen che danno prurito ad Eco, snocciolati usando le più infide tecniche di Programmazione Neuro Linguistica; per spiegarci, qui Eco usa non le tecniche PNL per educare non invasivamente il bambino, e nemmeno quelle per vendere, ma proprio quelle tecniche che uccidono, quelle per delegittimare l’interlocutore sorridendogli ma implicando che sia un cretino, nella fattispecie usando truismi, generalizzazioni e infine inevitabili implicazioni [mie le divertite parentesi quadre a mo’ di nemesi zen]: “Quanto a parlare di una validità assoluta del messaggio Zen per l’uomo occidentale, avanzerei le più ampie riserve [perché Eco stesso avrebbe una… validità “assoluta”? ...In particolare mentre ci spiega lo zen di cui nulla sa?]. Anche di fronte ad un buddismo che celebra la accettazione positiva della vita, l’animo occidentale se ne distaccherà sempre per un bisogno ineliminabile di ricostruire questa vita accettata secondo una direzione voluta dall’intelligenza [quindi io ed il lettore - dato che meditiamo - siamo Cretino & Più Cretino: bene!]. Il momento contemplativo non potrà che essere uno stadio di ripresa, un toccare la madre terra per riprendere energia: mai l’uomo occidentale accetterà di smemorare [con la PNL ci sta ancora dando dei pirla...] nella contemplazione della molteplicità, ma si perderà sempre tentando di dominarla e ricomporla [il nerd poverino di sicuro “tenterà”!]. Se lo Zen gli ha riconfermato con la sua voce antichissima che l’ordine eterno del mondo consiste nel suo fecondo disordine e che ogni tentativo di sistemare la vita in leggi unidirezionali è un modo di perdere il vero senso delle cose, l’uomo occidentale accetterà criticamente [loro, noi no, quindi restiamo cretini] di riconoscere la relatività delle leggi, ma le reintrodurrà nella dialettica della conoscenza e dell’azione sotto forma di ipotesi di lavoro [= Dharma + Upaya…?]. L’uomo occidentale ha appreso dalla fisica moderna [Macché: In Hoc Signo!] che il Caso domina la vita del mondo subatomico e che le leggi e le previsioni da cui ci facciamo guidare per comprendere i fenomeni della vita quotidiana sono valide solo perché esprimono delle medie statistiche approssimative [che si approssimano a…? Achille & la Tartaruga non docet et non sufficit]. L’incertezza è diventata il criterio essenziale per la comprensione del mondo [è più zen lui di noi!]: sappiamo che non possiamo più dire “all’istante X l’elettrone A si troverà nel punto B”, ma “all’istante X vi sarà una certa probabilità che l’elettrone A si trovi nel punto B” [Mh, fisica quantistica però senza entanglement! In più l’elettrone sarebbe anche in sé una probabilità di presenza ovvero - come mi fu spiegato - ombra]. Sappiamo che ogni nostra descrizione dei fenomeni atomici è complementare, che una descrizione può opporsi ad una altra senza che una sia vera e l’altra falsa [è possibilista l’amico, cerca di camuffarsi da buddhista in previsione di tirare la mazzata?]. Pluralità ed equivalenza delle descrizioni del mondo [entanglement però algebrico, se non democratico, mmh! Ancora un passo ed ecco shunyata esistensializzato come “vuoto di senso”!]. È vero, le leggi causali sono crollate, la probabilità domina la nostra interpretazione delle cose [il “causale” ed il “probabile” usati come gavitelli o coperchi del pensiero, se no sfiata = smemora]: ma la scienza occidentale non si è lasciata cogliere dal terrore della disgregazione [esistenzialismo quantistico; perché non psicanalizzarlo, l’elettrone?]. Noi non possiamo giustificare il fatto che possano valere delle leggi di probabilità [se calcoli il vivente come probabilità ciò non lo eviti]: ma possiamo accettare il fatto che esse funzionano, afferma Reichenbach [per forza, ve le siete inventate, ottimizzate, rinvenute...]. L’incertezza e l’indeterminazione sono una oggettiva proprietà del mondo fisico [la metafisica ti sfugge ma ci saresti tu in quanto variabile iniziale: Embé, Eco! Manco l’evidenza!]. Ma la scoperta di questo comportamento del microcosmo e l’accettazione delle leggi di probabilità come l’unico mezzo atto a conoscerlo, devono venire intesi come un risultato di altissimo ordine [certo se non puoi fare di meglio: Nagarjuna con due sentenze ti avrebbe già tolto il giocattolo, ma chissà se tu avresti mai capito cosa dice...]. C'è in questa accettazione la stessa gioia con cui lo Zen accetta il fatto che le cose siano elusive e mutevoli [se lo dici tu! Ecco che PNLlisticamente ci fa capire che ne sa più lui di noi]: il taoismo [ha letto F. Capra!] chiama questa accettazione Wu [...Ma Snyder/Kerouac lo definirono meglio come “wuf!”]. In una cultura sotterraneamente fecondata da questa forma mentis, lo Zen ha trovato orecchie pronte ad accoglierne il messaggio come un sostitutivo mitologico di una coscienza critica [la tua? Bonanotte al secchio! ...E grazie per definirci come acritici mercé la solita PNL]. Vi si è trovato l’invito a godere il mutevole in una serie di atti vitali anziché ammetterlo soltanto come freddo criterio metodologico [grazie del complimento meramente fisiologico]. E tutto questo è positivo [evvai! Emozioniamo!]. Ma l’Occidente, anche quando accetta con gioia il mutevole e rifiuta le leggi causali che lo immobilizzano, non rinuncia tuttavia a ridefinirlo attraverso le leggi provvisorie della probabilità e della statistica [dai dimmi come penso: nella PNL si chiama “ricalco” e poi viene il “pilotaggio”], perché - sia pure in questa nuova plastica accezione - l’ordine e l’intelligenza che “distingue” sono la sua vocazione [l’ordine della scienza o l’ordine di Dio: sempre a fare distingui teologici + ci ha ridato dei “poco intelligenti” rispetto a sé, ovvio...]”.
    Soddisfatti? Io mi sono un po’ divertito a cafoneggiare, abbiate compassione di me, non di Umberto Eco, che è e rimane un esempio di genio incomparabile. Non vorrei compararlo, infatti, ma invece mi scappa, ricordandomi quanti ad oggi sono stati danneggiati da questo dogmatismo dottorale, che non è certo da meno di quello religioso della peggiore specie.

    Assai cerebrale l’idea di una “plastica accezione”; siccome lui si immagina anche lo zen come una forma minor - anzi cretina - del suo dogma religoscientifico, ecco che per forza dovremmo noi, meditanti ottusi, maturare una maggiore consapevolezza meccanico/dentistica della realtà, una qualche plasticità algebrico-assiomatica, Giusto? Eco ha sempre ragione, ora che ci penso noi zen dovremmo tutti darci una mossa!

    Aggiorniamoci e diamoci da fare a metter su un bello zen-scientifico 0.3!

    Quando “vale tutto” ed uno può dire, mercé la cathèdra che occupa, ciò che gli pare, ebbene, in tale dimensione viene chiaro che potrebbe fare un peto e riceverne un encomio solenne derivante dalla certezza che l’epistemologia tracci i contorni della verità ultima, ovvero di quella scientifica.

    Da ciò si evince come il buddhismo non abbia nulla a che fare con la scienza, cioè con la “Verità” ed in particolare se questa assurge a dogma di massa; semmai un praticante zen può occuparsi di scienza, anche fare una carriera da scienziato, ma non può - non dovrebbe farcela - a ragionare quotidianamente, strutturalmente, nei termini di un tradimento epistemologico radicale, che fu perpetrato sull’etimogenesi originale della parola “epistemologia”; andiamocela a cercare davvero, con il cappello in mano però, quindi non per contentarci del becchime illuministico di Ferrier & C. ma andando all’idea originaria di Parmenide, Aristotele e Platone, che non ci hanno mai dato il permesso di aggiornarli.

    Cerchiamo il senso dell’episteme leggendo i classici, e perciò anche il senso della noesis e dell’aletheia, che già basterebbero a chiarirci che non si tratta di “scienza” ma del silenzio stesso della sempiterna creazione, integrata con la percezione delle ipostasi viventi, poco importa se sono mappate da Plotino, da Rinzai o dal Sutra del Loto, perché ciò che qua viene evocata è una interazione vivente, interattiva, e non solo teoricamente relativa. Tutto ciò non è affatto roba complicata, lo diventa quando ci si affanna a tradurla in termini di pensiero discorsivo ed a tradirlo con la mancanza di una operatività vivente; e qui è dove il buddhismo divenne eusebeia per essere compreso dall’Occidente già nell’immediata antichità post-alessandrina, alla faccia di Eco che si reinventa la storia del buddhismo, quella tua e quella di mia sorella senza battere ciglio. E da qui in poi è dove la scienza, implementata da caffeina e nicotina, si stratificò sul dogma cristiano relativo ad un episteme-verità (quindi doxa e non più episteme), e dove si impaperò nell’attesa di un qualche paracleto/intelligenza-artificiale.

    [Questo paragrafo l’ho scritto per chi non conosce il buddhismo] Dovremmo rammentarci che il buddhismo non ha dogmi, per scelta, ma che indica la pura, ineffabile, nettissima esperienza; potrei anche rammentarmi che non sta aspettando nessuno, il buddhismo, né che si dirige da una profezia verso una qualche salvezza? Anche nel buddhismo devozionale o salvifico, comunque, la salvezza di Amida, ma anche il suo voto, tutto, accade ora; ed anche nella pratica del gongyo delle scuole nichiren si entra in uno stato impersonale e atemporale. Poi mi ricordo che il buddhismo non si occupa di “ghermire la verità” ma di spalancare il nostro essere alla nuda, silente, esplosiva realtà di ciò che è come è. Amici miei, cosa ha a che fare il “sogno di un muto” con “la particella di Dio”? Niente, come minimo. Però - siamo possibilisti davvero e non come i nerd - quel Muto può anche teorizzare puntando alla praxis, e non credendo che ciò sia la Verità, la Via, la Vita, almeno non come un nerd-sagrestano del dogma vigente.
    Ma ora basta concionarvi, vi scodello il Becker-pensiero sulla vita, dopo di ciò vi mestolerò il purea molliccio del suo pensiero sullo zen. Sempre che non vi siate già buttati dal balcone.

     Ernest Becker 1

    Per iniziare ecco la traduzione di una citazione a caso del grande antropologo: “Per l'uomo il massimo dell'eccitazione deriva dal confrontarsi con la morte e l'abile ribellione a questa attraverso l'esperienza di vedere altri divorati da essa nel momento in cui egli invece sopravvive ubriaco in questo rapimento”.

    Ecco rappresentata con chiare parole tutta la pazzia della genia “culturale” derivata dalla psicanalisi su base freudiana, qua figliata nell’area politica della sinistra americana, in contenzioso versus una destra altrettanto fanatica e decerebrata. Infatti una ben nota iperbole freudiana ci informa del fatto che il bambino maschio, quasi appena nato, vorrebbe stuprare la madre e sgozzare il padre. È una iperbole didascalica ma, come sintesi dottrinaria, mi si dice alquanto citata nei corsi universitari sulla materia.

    Temo che Becker si espresse in questo conato essendo stimolato da Tito Lucrezio Caro, che a sua volta scrisse qualcosa di solo apparentemente simile, ma con un sentimento di commozione e gratitudine più che evidente verso la vita.

    Ovviamente il delirio beckeriano/nerdista sorge da una successiva stratificazione storica durata secoli, ma nessuno se ne accorge. La stratificazione suddetta verrà assunta acriticamente, bevuta in un sorso collettivamente, come solo negli USA sanno fare quando si sentono chiamati da una rivelazione evangelica o alcolica che negherà tutto il resto.

    Questa genia senza storia e incapace di percepire le proprie radici nel silenzioso impatto della realtà, cerca perciò la rivelazione di 1a verità e per questo è così capace di credere a tutto e di farlo; questo è il portato di una mitologia trascendente eppure discendente ormai a picco, fantascientifica e horror-budellona, che non può prendere forma esperienziale, ma solo quella della più balbettabile verità numerica.

    Il sentimento che si legge nel succitato delirio di Becker, sorge da quello che viene creduto in questa ideologia la vera base della vita: gli istinti. Mica ci si avvede che questa opinione è frutto della stratificazione storica già detta, perché sembra ai nerd una opinione “naturale”: giusto per citare una accozzaglia riguardante qualcosa o qualcuno di paradigmatico eccovi Gesù-Paolo-crociate-indulgenze-Calvino-Kant-Pomponazzi-Hobbes-illuminismo-razionalismo-romanticismo-Queen Victoria-Darwin-Haeckel-Freud-esistenzialismo. Da ciò si capisce che, sì, uno scimpanzé è “istintivo” ma anche naturalissimo e molto sincero, se confrontato con un nerd-tipo contemporaneo super-fideo-stratificato [half beast half machine]; ed ha in più, la scimmia, un’armonia che questi non può nemmeno più sognare. Come fa il nerd a vivere gli “istinti” o la “materia” che così tanto gli sono cari, se non sa nemmeno cosa siano, ma solo come il prodotto di una tale stratificazione culturale sulla quale Eco stesso glissa con nonchalance? Sarebbe come se i prussiani avessero creduto di essere già nati con un chiodo che gli esce dalla testa! Dove è quel silenzio, in lui, che gli consenta di adire ai principi – zitti/metafisici - di quanto crede di scegliere “liberamente”? Chi medita davvero e lo scimpanzé lo conoscono benissimo quel silenzio, e da quello gli archetipi, anche se li vivono in modo differente. Vedremo infatti Becker, ancora più di Eco, difendersi come una bestia ferita proprio “contro” lo zen in quanto ambasciatore terminale di quanto il poveretto può vivere oramai solo come “il nulla”.

    Potrei essere tacciato di mancanza di compassione e di essere giudicante perché “vedo” gli esseri umani per come si comportano? Ma via! Chi si sente scrutare è soltanto un debole, smettiamola con queste pose. Quindi tu “vedi” me e mi giudichi come “giudicante”? Se ci riesci mi fa piacere, ma stiamo parlando di qualcosa che va oltre le descrizioni, qualcosa che verrebbe prima delle idee, qualcosa che se non viene riconosciuto mercé il silenzio, viene sentito cinicamente come “nulla”, e che così ucciderà le future generazioni. Sta già iniziando a farlo.

    Ernest Becker 2

    “Lo Zen ci esemplifica un approccio orientale al problem solving che sta al polo opposto degli ideali occidentali. L’essere umano, come un pupazzo, manipola se stesso nella speranza di coartare il suo ambiente. Intriso di una tradizione di onnipotenza magica, lo zenista cerca di puntare i poteri ultraterreni verso i problemi di questo mondo. Alla domanda “Può lo zen sostenere qualcosa di valore per l’Occidente? Questo libro dà una risposta negativa senza alcuna pietà”.
    Viene in mente il benigniano: “Pole la dhonna parmettisi di pareggià con l'omo?... No! S’apra i’dibattitho!”.
    Basta leggere queste poche righe che introducono il Becker-pensiero sullo zen, per avere dubbi sulla preparazione accademica del nostro e di chi lo ammira. Ma poi ecco di suo pugno pagine su pagine di delirio complottista in “Zen: a Rational Critique”, una raccolta in forma di saggio di fotoromanzi in bianco/nero sullo zen, che conterrebbe il senso e persino la storia della nostra scuola di buddhismo. Anche qui, come in Eco, vige lo smarrimento, ma in più annaffiando tutto controvento, senza più nemmeno la colta invettiva giustificativa dell’italiano.

    Ernest Becker 3

    Dopo che ho letto pagine su pagine di forbitissimo delirio accademizzante - più che complottista direi terrapiattista - giunto a questo momento topico, sono rimasto 5-6 secondi abbacinato e poi ho riso di gusto. La frase evidenziata di rosso vuole dirci che nella pittura dell’ultimo toro di Kakuan (1100-1200) dove il monaco si libera delle proprie “vesti” e se ne va a petto ignudo al mercato ciabattando con una boccia di vino in mano, siccome questi trasforma tutti coloro che vede in Buddha, questo significa che nel training dei monaci si sviluppino superpoteri coi quali prepotentemente convertire tutti i poveri fessi che si incontrano; è per questo che l’inclito Ernest definisce l’insegnamento zen come una “redenzione magica”.
    Eh?
    Provo sincera simpatia per chiunque consumi scienza facendone un articolo - magari inconscio - di fede seppur praticando meditazione; ha coraggio. Questi non si è accorto che i nerd, quelli veri, non sono come lui/lei, in quanto rifiutano recisamente, assolutamente, l’ispirazione data gratis dalla vita, persino l’empirismo schiaffeggiante dei fatti, se non rispondono alle teorie sacramentali date. Questo li possiede perché costoro credono paradossalmente di ragionare - premasticare tutto - con il cervello, precisamente dentro alla scatola cranica, riducendosi così, vedi foto.

     Ernest Becker 4

    Un moto di compassione mi prese vedendo questa impietosa foto di Becker a Parigi, in uno stato che per lui è solito, ben evidenziato da vari altri ritratti. Qui sarebbe perfino nella città di Proust, in un dolce giardino con pergola, e tuttavia eccolo resistente all’universo, tetragono alla vita fino alla cubicità, inscatolato nella sua teca cranica.
    Dimmi che non si vede!

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