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Venerdì, 06 Settembre 2019 15:16

RECENSIONE: “Il fuoco segreto della meditazione" di Leonardo Anfolsi Reiyo Ekai

La meditazione è una pratica che, volenti o nolenti, ha sempre affascinato anche i più scettici, tutti quei qualunquisti che hanno sempre guardato a questa tecnica con sospetto e reticenza.

Eppure, eppure, c’è chi in questa tecncia ci crede, ci crede a tal punto da praticarla con assiduità e tenacia, tanto da seguire dei veri e propri corsi, documentarsi con libri appositi e seguire tutte le regole che i “maestri zen” elargiscono sotto forma di consigli.

La meditazione, pertanto, a ben vedere, è una pratica molto seria che va diffondendosi sempre più: attraverso la stessa, esercitata in maniera seria e corretta, si acquisisce una maggiore padronanza della nostra mente, raggiungendo quella che amiamo definire la cosiddetta “pace interiore” o “pace dei sensi”: e chi, al giorno d’oggi, non vorrebbe raggiungere quel grado, quel livello di pace interiore che ci permette di essere, prima di tutto in pace con noi stessi, e in secondo luogo in pace con il mondo intero?

Un piccolo manuale che, in maniera semplice e anche ironica, ci indirizza verso le tecniche della meditazione, tramite alcuni piccoli esperimenti che non ci si può esimere dal provare.

«Vuoi sviluppare capacità di vendita, essere un grande mistico, avere successo oppure vuoi imparare a parlare con gli angeli? Prima devi imparare a meditare. Vuoi diventare un guaritore di te e degli altri? Prima devi imparare a meditare. Vuoi essere un comunicatore vincente, ma anche essere felice e senza stress? Prima devi imparare a meditare. Vuoi sviluppare le tue capacità di seduzione e contrattazione? O vai da un chirurgo plastico, rinasci con un babbo ricco, o prima devi imparare a meditare».

Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito quell’irrefrenabile desiderio di imparare a meditare, o quantomeno cercare di capire cosa si provi a saperlo fare per sentirci pervadere, al pari di tutti coloro che la meditazione la praticano quotidianamente e con regolare ritualità, da quella tranquillità mistica, o reale, che tutti noi vorremmo avere.

È innegabile, tutti coloro che della meditazione ne fanno il loro pane quotidiano, sembrano sempre più felici, come se niente possa scalfirli o, addirittura, come se si muovessero con la leggiadria e l’eleganza delle prime ballerine, sempre pronti ad emanare quell’aurea di positività costante, mentre noi, magari, siamo adirati con il mondo intero, pronti ad attaccare briga con chiunque si frapponga sul nostro cammino.

Certo, non possiamo dire: “Da oggi inizio anche io a meditare”, eh no, perché la meditazione richiede volontà e coscienza, tanto da acquisire la giusta dose di confidenza con quello che è il “mondo zen”.

Ed è proprio motivata da tutti questi pensieri, e riflessioni, che mi sono decisa a leggere questo piccolo manuale: il titolo, poi, mi ha incuriosita parecchio unitamente a questo simpatico Buddha riproposto sulla copertina iniziale, quindi mi sono detta “Perché no?” e mi sono tuffata nella lettura.

Il manuale si snoda in piccoli capitoli, nei primi sei, in particolare, l’autore, un rinomato maestro zen, ci induce a compiere dei piccoli esperimenti, esperimenti che dovrebbero poi portarci alla meditazione, una sorta di esercizi preparatori, insomma.

Non è solo questo però, tutti questi esercizi, chiamati tecnicamente esperimenti dal maestro zen, non devono solo condurci alla meditazione vera e propria, ma anche e soprattutto aiutarci, principalmente, a credere in noi stessi, perché siamo noi che dobbiamo mettere prima di ogni cosa.

Questi esperimenti, in sostanza, ci aiutano a raggiungere la agognata felicità, ma per ottenere la felicità, anzitutto, occorre molta volontà: senza di essa non è possibile raggiungerla, dobbiamo seguire le indicazioni del maestro zen che aiutano a renderci non solo felici ma anche liberi.

Inutile dire che ho provato, pedissequamente, a realizzare questi esperimenti, uno in particolare, quello indicato proprio come primo esperimento: la curiosità mista alla sensazione di sentirmi libera e felice è stata troppo forte per non provarci, e invito chiunque si trovi a leggere questo piccolo manuale di provare, a sua volta, nella realizzazione di questi esperimenti che non implicano né posizioni né condizioni particolari, solo e soltanto noi stessi e la nostra voglia di credere che solo noi stessi, appunto, possiamo essere i fautori del nostro destino e non gli altri.

Tutti questi esperimenti conducono quindi alla meditazione in senso stretto: si parte dalla classica posizione, per intenderci quella del “fiore di loto”, posizione che, naturalmente ho cercato, seppur maldestramente, di riprodurre: sono riuscita solo a realizzare la posizione del mezzo loto, il che, sempre secondo l’esimio maestro zen, va più che bene, lui stesso ci invita ad una sana risata qualora non riuscissimo né nella posizione del loto né in quella del mezzo loto.

Ad ogni modo la meditazione non consiste solo e soltanto nella classica posizione delle gambe incrociate ma in tutto un rituale che nel manuale viene dettagliatamente spiegato, così come non è necessario che gli altri si accorgano necessariamente che stiamo compiendo una meditazione, per dirla con le parole del maestro zen, non serve puzzare di spiritualità.

Naturalmente ne vengono esaltati gli effetti benefici della meditazione, quali la riduzione dello stato di ansia, stress e così via.

È stato interessante, e per certi versi terapeutico, leggere questo manuale, perché la meditazione ci dà una visione della vita che magari noi non crediamo di avere, ci spinge a credere che dovremmo abbattere le negatività e la tristezza che aleggiano intorno a noi: è questo, in fondo, non è sbagliato… ma credo anche che bisogna “saper meditare”, ovvero sia farlo perché ci si crede realmente, perché riteniamo che la meditazione possa aiutarci ad essere persone felici e libere.

La scrittura è fluida, a tratti ironica, il maestro zen cerca di comunicare con il lettore anche attraverso delle risposte riportate in corsivo tra parentesi quadre; nel corso del testo, causa anche l’argomento, vengono utilizzati termini e nozioni particolareggiati, quasi scientifici, ma ad ogni modo grazie alla completa lettura si riesce a comprenderne il significato.

Nel testo, altresì, si riscontrano delle raffigurazioni che a prima vista potrebbero sembrare disegni elementari o privi di significato ma che, in realtà, sono strettamente connessi alla meditazione e hanno un preciso significato esplicato nel testo.

Il maestro zen conclude questo suo manuale con quelle che lui definisce come necessità giornaliere: tra queste, quelle che ho maggiormente apprezzato, proprio perché ritengo che siano cose che ognuno di noi debba effettivamente sentire come una necessità, sono le seguenti:

«È necessario ogni giorno ridere. È necessario ogni giorno stare un poco da soli».

Quì l'articolo originale de La Bottega dei Libri >>>

 Il fuoco segreto della Meditazione
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    Anni fa comprai incuriosito una certa edizione de “Lo Zen” di Alan Watts, proprio perché vi era l’introduzione di Umberto Eco.

    Tutto mi sarei aspettato tranne quanto lessi, eppure se ci chiediamo come mai Eco scelse Borges per la parte del cattivo nel suo Il Nome della Rosa, orbene, la risposta non sarebbe granché umoristica ma fin troppo scontata: tutto ciò che non sta immobile sotto un microscopio - anche fosse un microscopio umanista/semeiotico - sarebbe per Eco una forma di occultismo e quindi di coprofilia paranazista. Zen compreso.

    Poi Eco può anche essere divertente, irriverente, sui generis ma su di questo non scherza.

    Infatti Eco si distinse in quelle pagine sullo zen per un certo fastidio; faccio presente che io lessi quello che c’è scritto e basta, dato che non ero e non sono ideologicamente schierato nei confronti di Eco, né pro né contro, e nemmeno lo ero verso ciò che dovrebbe rappresentare il “monumento Eco”. Si provi a comprendere la mia critica non certo come un esorcismo in nome di un’altra “verità”, bensì come una folata proveniente dalla freschezza mattutina che ha la realtà che tutti stiamo respirando ora; sono due diverse operazioni matematiche, Eco mette, io tolgo anche se dico, anche perché mentre dico, rido.

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Anche di fronte ad un buddismo che celebra la accettazione positiva della vita, l’animo occidentale se ne distaccherà sempre per un bisogno ineliminabile di ricostruire questa vita accettata secondo una direzione voluta dall’intelligenza [quindi io ed il lettore - dato che meditiamo - siamo Cretino & Più Cretino: bene!]. Il momento contemplativo non potrà che essere uno stadio di ripresa, un toccare la madre terra per riprendere energia: mai l’uomo occidentale accetterà di smemorare [con la PNL ci sta ancora dando dei pirla...] nella contemplazione della molteplicità, ma si perderà sempre tentando di dominarla e ricomporla [il nerd poverino di sicuro “tenterà”!]. Se lo Zen gli ha riconfermato con la sua voce antichissima che l’ordine eterno del mondo consiste nel suo fecondo disordine e che ogni tentativo di sistemare la vita in leggi unidirezionali è un modo di perdere il vero senso delle cose, l’uomo occidentale accetterà criticamente [loro, noi no, quindi restiamo cretini] di riconoscere la relatività delle leggi, ma le reintrodurrà nella dialettica della conoscenza e dell’azione sotto forma di ipotesi di lavoro [= Dharma + Upaya…?]. L’uomo occidentale ha appreso dalla fisica moderna [Macché: In Hoc Signo!] che il Caso domina la vita del mondo subatomico e che le leggi e le previsioni da cui ci facciamo guidare per comprendere i fenomeni della vita quotidiana sono valide solo perché esprimono delle medie statistiche approssimative [che si approssimano a…? Achille & la Tartaruga non docet et non sufficit]. 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Ma la scoperta di questo comportamento del microcosmo e l’accettazione delle leggi di probabilità come l’unico mezzo atto a conoscerlo, devono venire intesi come un risultato di altissimo ordine [certo se non puoi fare di meglio: Nagarjuna con due sentenze ti avrebbe già tolto il giocattolo, ma chissà se tu avresti mai capito cosa dice...]. C'è in questa accettazione la stessa gioia con cui lo Zen accetta il fatto che le cose siano elusive e mutevoli [se lo dici tu! Ecco che PNLlisticamente ci fa capire che ne sa più lui di noi]: il taoismo [ha letto F. Capra!] chiama questa accettazione Wu [...Ma Snyder/Kerouac lo definirono meglio come “wuf!”]. In una cultura sotterraneamente fecondata da questa forma mentis, lo Zen ha trovato orecchie pronte ad accoglierne il messaggio come un sostitutivo mitologico di una coscienza critica [la tua? Bonanotte al secchio! ...E grazie per definirci come acritici mercé la solita PNL]. Vi si è trovato l’invito a godere il mutevole in una serie di atti vitali anziché ammetterlo soltanto come freddo criterio metodologico [grazie del complimento meramente fisiologico]. E tutto questo è positivo [evvai! Emozioniamo!]. Ma l’Occidente, anche quando accetta con gioia il mutevole e rifiuta le leggi causali che lo immobilizzano, non rinuncia tuttavia a ridefinirlo attraverso le leggi provvisorie della probabilità e della statistica [dai dimmi come penso: nella PNL si chiama “ricalco” e poi viene il “pilotaggio”], perché - sia pure in questa nuova plastica accezione - l’ordine e l’intelligenza che “distingue” sono la sua vocazione [l’ordine della scienza o l’ordine di Dio: sempre a fare distingui teologici + ci ha ridato dei “poco intelligenti” rispetto a sé, ovvio...]”.
    Soddisfatti? Io mi sono un po’ divertito a cafoneggiare, abbiate compassione di me, non di Umberto Eco, che è e rimane un esempio di genio incomparabile. Non vorrei compararlo, infatti, ma invece mi scappa, ricordandomi quanti ad oggi sono stati danneggiati da questo dogmatismo dottorale, che non è certo da meno di quello religioso della peggiore specie.

    Assai cerebrale l’idea di una “plastica accezione”; siccome lui si immagina anche lo zen come una forma minor - anzi cretina - del suo dogma religoscientifico, ecco che per forza dovremmo noi, meditanti ottusi, maturare una maggiore consapevolezza meccanico/dentistica della realtà, una qualche plasticità algebrico-assiomatica, Giusto? Eco ha sempre ragione, ora che ci penso noi zen dovremmo tutti darci una mossa!

    Aggiorniamoci e diamoci da fare a metter su un bello zen-scientifico 0.3!

    Quando “vale tutto” ed uno può dire, mercé la cathèdra che occupa, ciò che gli pare, ebbene, in tale dimensione viene chiaro che potrebbe fare un peto e riceverne un encomio solenne derivante dalla certezza che l’epistemologia tracci i contorni della verità ultima, ovvero di quella scientifica.

    Da ciò si evince come il buddhismo non abbia nulla a che fare con la scienza, cioè con la “Verità” ed in particolare se questa assurge a dogma di massa; semmai un praticante zen può occuparsi di scienza, anche fare una carriera da scienziato, ma non può - non dovrebbe farcela - a ragionare quotidianamente, strutturalmente, nei termini di un tradimento epistemologico radicale, che fu perpetrato sull’etimogenesi originale della parola “epistemologia”; andiamocela a cercare davvero, con il cappello in mano però, quindi non per contentarci del becchime illuministico di Ferrier & C. ma andando all’idea originaria di Parmenide, Aristotele e Platone, che non ci hanno mai dato il permesso di aggiornarli.

    Cerchiamo il senso dell’episteme leggendo i classici, e perciò anche il senso della noesis e dell’aletheia, che già basterebbero a chiarirci che non si tratta di “scienza” ma del silenzio stesso della sempiterna creazione, integrata con la percezione delle ipostasi viventi, poco importa se sono mappate da Plotino, da Rinzai o dal Sutra del Loto, perché ciò che qua viene evocata è una interazione vivente, interattiva, e non solo teoricamente relativa. Tutto ciò non è affatto roba complicata, lo diventa quando ci si affanna a tradurla in termini di pensiero discorsivo ed a tradirlo con la mancanza di una operatività vivente; e qui è dove il buddhismo divenne eusebeia per essere compreso dall’Occidente già nell’immediata antichità post-alessandrina, alla faccia di Eco che si reinventa la storia del buddhismo, quella tua e quella di mia sorella senza battere ciglio. E da qui in poi è dove la scienza, implementata da caffeina e nicotina, si stratificò sul dogma cristiano relativo ad un episteme-verità (quindi doxa e non più episteme), e dove si impaperò nell’attesa di un qualche paracleto/intelligenza-artificiale.

    [Questo paragrafo l’ho scritto per chi non conosce il buddhismo] Dovremmo rammentarci che il buddhismo non ha dogmi, per scelta, ma che indica la pura, ineffabile, nettissima esperienza; potrei anche rammentarmi che non sta aspettando nessuno, il buddhismo, né che si dirige da una profezia verso una qualche salvezza? Anche nel buddhismo devozionale o salvifico, comunque, la salvezza di Amida, ma anche il suo voto, tutto, accade ora; ed anche nella pratica del gongyo delle scuole nichiren si entra in uno stato impersonale e atemporale. Poi mi ricordo che il buddhismo non si occupa di “ghermire la verità” ma di spalancare il nostro essere alla nuda, silente, esplosiva realtà di ciò che è come è. Amici miei, cosa ha a che fare il “sogno di un muto” con “la particella di Dio”? Niente, come minimo. Però - siamo possibilisti davvero e non come i nerd - quel Muto può anche teorizzare puntando alla praxis, e non credendo che ciò sia la Verità, la Via, la Vita, almeno non come un nerd-sagrestano del dogma vigente.
    Ma ora basta concionarvi, vi scodello il Becker-pensiero sulla vita, dopo di ciò vi mestolerò il purea molliccio del suo pensiero sullo zen. Sempre che non vi siate già buttati dal balcone.

     Ernest Becker 1

    Per iniziare ecco la traduzione di una citazione a caso del grande antropologo: “Per l'uomo il massimo dell'eccitazione deriva dal confrontarsi con la morte e l'abile ribellione a questa attraverso l'esperienza di vedere altri divorati da essa nel momento in cui egli invece sopravvive ubriaco in questo rapimento”.

    Ecco rappresentata con chiare parole tutta la pazzia della genia “culturale” derivata dalla psicanalisi su base freudiana, qua figliata nell’area politica della sinistra americana, in contenzioso versus una destra altrettanto fanatica e decerebrata. Infatti una ben nota iperbole freudiana ci informa del fatto che il bambino maschio, quasi appena nato, vorrebbe stuprare la madre e sgozzare il padre. È una iperbole didascalica ma, come sintesi dottrinaria, mi si dice alquanto citata nei corsi universitari sulla materia.

    Temo che Becker si espresse in questo conato essendo stimolato da Tito Lucrezio Caro, che a sua volta scrisse qualcosa di solo apparentemente simile, ma con un sentimento di commozione e gratitudine più che evidente verso la vita.

    Ovviamente il delirio beckeriano/nerdista sorge da una successiva stratificazione storica durata secoli, ma nessuno se ne accorge. La stratificazione suddetta verrà assunta acriticamente, bevuta in un sorso collettivamente, come solo negli USA sanno fare quando si sentono chiamati da una rivelazione evangelica o alcolica che negherà tutto il resto.

    Questa genia senza storia e incapace di percepire le proprie radici nel silenzioso impatto della realtà, cerca perciò la rivelazione di 1a verità e per questo è così capace di credere a tutto e di farlo; questo è il portato di una mitologia trascendente eppure discendente ormai a picco, fantascientifica e horror-budellona, che non può prendere forma esperienziale, ma solo quella della più balbettabile verità numerica.

    Il sentimento che si legge nel succitato delirio di Becker, sorge da quello che viene creduto in questa ideologia la vera base della vita: gli istinti. Mica ci si avvede che questa opinione è frutto della stratificazione storica già detta, perché sembra ai nerd una opinione “naturale”: giusto per citare una accozzaglia riguardante qualcosa o qualcuno di paradigmatico eccovi Gesù-Paolo-crociate-indulgenze-Calvino-Kant-Pomponazzi-Hobbes-illuminismo-razionalismo-romanticismo-Queen Victoria-Darwin-Haeckel-Freud-esistenzialismo. Da ciò si capisce che, sì, uno scimpanzé è “istintivo” ma anche naturalissimo e molto sincero, se confrontato con un nerd-tipo contemporaneo super-fideo-stratificato [half beast half machine]; ed ha in più, la scimmia, un’armonia che questi non può nemmeno più sognare. Come fa il nerd a vivere gli “istinti” o la “materia” che così tanto gli sono cari, se non sa nemmeno cosa siano, ma solo come il prodotto di una tale stratificazione culturale sulla quale Eco stesso glissa con nonchalance? Sarebbe come se i prussiani avessero creduto di essere già nati con un chiodo che gli esce dalla testa! Dove è quel silenzio, in lui, che gli consenta di adire ai principi – zitti/metafisici - di quanto crede di scegliere “liberamente”? Chi medita davvero e lo scimpanzé lo conoscono benissimo quel silenzio, e da quello gli archetipi, anche se li vivono in modo differente. Vedremo infatti Becker, ancora più di Eco, difendersi come una bestia ferita proprio “contro” lo zen in quanto ambasciatore terminale di quanto il poveretto può vivere oramai solo come “il nulla”.

    Potrei essere tacciato di mancanza di compassione e di essere giudicante perché “vedo” gli esseri umani per come si comportano? Ma via! Chi si sente scrutare è soltanto un debole, smettiamola con queste pose. Quindi tu “vedi” me e mi giudichi come “giudicante”? Se ci riesci mi fa piacere, ma stiamo parlando di qualcosa che va oltre le descrizioni, qualcosa che verrebbe prima delle idee, qualcosa che se non viene riconosciuto mercé il silenzio, viene sentito cinicamente come “nulla”, e che così ucciderà le future generazioni. Sta già iniziando a farlo.

    Ernest Becker 2

    “Lo Zen ci esemplifica un approccio orientale al problem solving che sta al polo opposto degli ideali occidentali. L’essere umano, come un pupazzo, manipola se stesso nella speranza di coartare il suo ambiente. Intriso di una tradizione di onnipotenza magica, lo zenista cerca di puntare i poteri ultraterreni verso i problemi di questo mondo. Alla domanda “Può lo zen sostenere qualcosa di valore per l’Occidente? Questo libro dà una risposta negativa senza alcuna pietà”.
    Viene in mente il benigniano: “Pole la dhonna parmettisi di pareggià con l'omo?... No! S’apra i’dibattitho!”.
    Basta leggere queste poche righe che introducono il Becker-pensiero sullo zen, per avere dubbi sulla preparazione accademica del nostro e di chi lo ammira. Ma poi ecco di suo pugno pagine su pagine di delirio complottista in “Zen: a Rational Critique”, una raccolta in forma di saggio di fotoromanzi in bianco/nero sullo zen, che conterrebbe il senso e persino la storia della nostra scuola di buddhismo. Anche qui, come in Eco, vige lo smarrimento, ma in più annaffiando tutto controvento, senza più nemmeno la colta invettiva giustificativa dell’italiano.

    Ernest Becker 3

    Dopo che ho letto pagine su pagine di forbitissimo delirio accademizzante - più che complottista direi terrapiattista - giunto a questo momento topico, sono rimasto 5-6 secondi abbacinato e poi ho riso di gusto. La frase evidenziata di rosso vuole dirci che nella pittura dell’ultimo toro di Kakuan (1100-1200) dove il monaco si libera delle proprie “vesti” e se ne va a petto ignudo al mercato ciabattando con una boccia di vino in mano, siccome questi trasforma tutti coloro che vede in Buddha, questo significa che nel training dei monaci si sviluppino superpoteri coi quali prepotentemente convertire tutti i poveri fessi che si incontrano; è per questo che l’inclito Ernest definisce l’insegnamento zen come una “redenzione magica”.
    Eh?
    Provo sincera simpatia per chiunque consumi scienza facendone un articolo - magari inconscio - di fede seppur praticando meditazione; ha coraggio. Questi non si è accorto che i nerd, quelli veri, non sono come lui/lei, in quanto rifiutano recisamente, assolutamente, l’ispirazione data gratis dalla vita, persino l’empirismo schiaffeggiante dei fatti, se non rispondono alle teorie sacramentali date. Questo li possiede perché costoro credono paradossalmente di ragionare - premasticare tutto - con il cervello, precisamente dentro alla scatola cranica, riducendosi così, vedi foto.

     Ernest Becker 4

    Un moto di compassione mi prese vedendo questa impietosa foto di Becker a Parigi, in uno stato che per lui è solito, ben evidenziato da vari altri ritratti. Qui sarebbe perfino nella città di Proust, in un dolce giardino con pergola, e tuttavia eccolo resistente all’universo, tetragono alla vita fino alla cubicità, inscatolato nella sua teca cranica.
    Dimmi che non si vede!

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