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Il mio incontro col male. Prefazione

Rocco Fontana esorcismo esorcista Il mio incontro col male male

Articoli del blog Il mio incontro col male. Giancarlo Piccolo

Pubblico libri che spero possano essere d’aiuto al sincero ricercatore spirituale, e cerco sempre di rispettare questo compito che mi sono dato all’inizio di questa avventura editoriale. Finito di lavorare su questo libro Il mio incontro col male di Giancarlo Piccolo, mi sembra doveroso fare chiarezza sul perché ho deciso di pubblicarlo (uscirà a settembre di quest'anno).

Ci sono aspetti della vita che vengono evitati, ignorati o trattati superficialmente, per la paura di affrontarli seriamente oppure per non volersi mettere in discussione. Mi riferisco alla morte e al morire, di cui abbiamo trattato con una precedente pubblicazione: Diario di un’ostetrica al contrario, con un approccio sulla malattia e sulla morte molto franco e sereno; e ora a questa nuova pubblicazione che tratta del male, anzi, del Male scritto maiuscolo.

Mi è parso subito interessante la possibilità di parlare e riflettere su questo argomento, forse stimolato dal periodo che stiamo vivendo (scrivo all’inizio dell’estate 2021), ma anche perché è parte delle mie riflessioni attuali.

La parte più succosa di questo libro è quella che riporta le esperienze dei preti esorcisti intervistati dall’autore, e rispetto ad essa andrò ad illustrare il mio punto di vista.

Vorrei innanzi tutto premettere, nel modo più chiaro che mi è possibile, che non condivido la visione dualistica che contrappone Bene e Male, visti come se fossero due entità equivalenti impegnate in un’eterna lotta di sopraffazione reciproca. Questa è una visione che ereditiamo da religioni antiche, dualistiche, come lo zoroastrismo, e che s’è perpetuata fino ad oggi nella visione cattolica.

L’idea dell’antagonista ci accompagna per tutta la vita; sembra sia una condizione necessaria per potersi rapportare col mondo e con la società. In un certo senso è questo il significato profondo della nostra Ombra di cui parlò Carl Gustav Jung.

Personalmente mi pare una concezione di comodo per deresponsabilizzare, proiettando fuori da noi stessi le parti che non comprendiamo, che non accettiamo e che non vogliamo integrare.

Nella prima parte di questo libro troviamo l’interessante genesi del concetto di incarnazione del male, che dapprima viene visto come una manifestazione e che, via via, tende inesorabilmente a diventare sempre più una creatura antropomorfa, dotata di una propria peculiarità e autonomia.

Perché questa genesi?

Sento profondamente che la visione dualistica abbia poco senso, per la sua incapacità di visione del Tutto, e per la sua azione divisoria, separatrice, contrapposta.

Al contrario, sento come potente la visione monistica, perfettamente espressa nella frase: “tutto è Uno”. Dio è tutto e tutto è Dio, compreso noi stessi, un fiore, un animale, un pianeta e anche il bene e il “male”. Perciò come si può intendere il male come entità separata dal Tutto e antagonista ad esso?

Quello che è il male nella visione dualistica, nella visione monistica può essere, invece, una necessità direttamente emanata. Ciò che all’occhio dualista sembra male può non esserlo nella visione monistica, ma una manifestazione necessaria ad uno scopo preciso. Per esempio per circoscrivere e delimitare in accordo con il bene i rispettivi reciproci ambiti, ponendo all’uomo davanti ad una scelta intelleggibile.

A questo può essere ricondotta l’azione della figura del diavolo, se vogliamo considerarla, che obbiettivamente non è mai una funzione malvagia e crudele per se stessa, ma una presenza che ci mette invero alla prova, andando ad accedere e sollecitare le nostre debolezze più profonde e il nostro “male” interiore. Non è un torturatore, ma un tentatore, un suggeritore. È portatore di una scelta, è la sfida lanciata a noi stessi affinché lo affrontiamo e lo battiamo. È la battaglia tra le nostre due parti: Luce e Ombra, affinché si integrino in una Unità divina. E questa battaglia è sempre molto cruenta, non ci sono prigionieri, solo vittoria o morte dell’anima.

La stessa figura dell’angelo caduto non è forse la metafora della nostra personale caduta, dell’abiura di una parte di noi che si allontana dalla Luce? Lucifero, portatore di Luce, cade per essersi allontanato dalla Fonte, nella pretesa di affermare il proprio ego. Ma conserva le ali. Anche il diavolo delle lame dei Tarocchi viene raffigurato con le ali: il loro significato esprime la possibilità di tornare a volare alto, verso la Luce. C’è dunque una redenzione possibile, ad un certo punto, e la scelta è sempre e solo nostra.

Quanto al male, nelle tradizioni religiose viene collegato all’allontanamento dell’uomo dai precetti che lo conserverebbero dentro un recinto protettivo e salvifico, mentre nello gnosticismo è la figura del demiurgo e della sua creazione imperfetta (il mondo) a causarlo. Ancora separazione, dualità. Ma come può essere il male cosa separata dal Creatore, se esso è il Tutto?

Relativamente  ora alle interviste ai preti esorcisti, contenute nella seconda parte di questo libro, devo dire che le trovo illuminanti, una volta messa da parte la tradizione cattolica che ne caratterizza le modalità e le convinzioni. La cosa che mi balza agli occhi, leggendole, è che mai l’azione del maligno è arbitraria o casuale. La sua azione non è per il puro piacere di fare del male. Ma sono le azioni dei singoli esseri umani che lo agevolano o invitano a manifestarsi. Debolezza spirituale, l’uso della magia per scopo egoico di vendetta o vantaggio personale, smarrimento interiore, cattiveria verso altri esseri: è sempre l’azione umana a chiamare la presenza del male.

Ecco, indipendentemente dalle nostre credenze e convinzioni, sia che crediamo al male come antagonista separato o emanazione del Tutto, e sia rispetto alle nostre credenze tradizionali o personali sulla figura del diavolo, abbiamo materiale importante in questo libro per riflettere su noi stessi.

E questa riflessione (che non può essere che personale) troverebbe molta utilità nel soffermarsi a lavorare sui concetti espressi dai sette vizi capitali e dalle sette virtù. Un’operazione che andrebbe fatta depurando questi concetti da ogni tradizione e cercandone l’essenza più precisa.

1. Invidia - Coraggio
2. Gola - Rassegnazione
3. Accidia - Amore fraterno
4. Ira - Purezza
5. Superbia - Generosità
6. Avarizia - Speranza
7. Lussuria - Volontà

E qui mi fermo, rendendomi conto dei limiti del mio pensiero nell’espressione di questa visione. Posso solo sperare di aver instillato un piccolo tarlo nel pensiero di chi mi legge e suggerito una nuova direzione dello sguardo. E spero che sia chiaro, alla fine, il motivo perché ho deciso di pubblicare un libro così particolare.



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