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Parliamo di libri: Diario di un’ostetrica al contrario

Juliane Biasi Hendel Diario di un’ostetrica al contrario morire Nadia Varolo

Parliamo di libri: Diario di un’ostetrica al contrario

Parliamo di libri nell’angolo di Juliane Biasi Hendel:
Per morire bene e sereni ci vuole un’accompagnatrice preparata ed esperta, Nadia Varolo. Leggo la copertina del suo libro edito dal mio amico Rocco Fontana. Il titolo è chiarissimo Diario di un’ostetrica al contrario - Biografia di un’accompagnatrice nella morte e nel morire.

Fin da bambina mi chiedo cosa succede quando si muore e cosa si fa quando qualcuno muore. Quale sarà il comportamento giusto da adottare? Come ci si relaziona con chi sta per morire, sia come famigliare, sia come essere umano e sociale?

Le parole morte e morire fanno paura solo a pronunciarle però hanno anche il fascino del mistero. Fascino che mi spinge a leggere con curiosità questa sorta di libretto di istruzioni per morire più sereni e lasciar morire più sereni, soprattutto se siamo in presenza di una persona malata e ahimè inguaribile.

Sempre sulla copertina c’è il disegno di un uccellino bianco con un cuore rosso e sotto c’è scritto:
In appendice: VIA CRUCIS, le 15 stazioni che ci accompagnano nella sofferenza, nel dolore, nella morte e nel morire.

Pumpfff… e respiro profondo. Cosa so io di morte e morire? Non molto a parte che mi piace pensare che la morte è un viaggio nell’infinito.
Già, ma cosa succede nel processo del morire prima della morte?
E’ qualcosa da rifiutare o da reprimere come qualcosa di terrificante o piuttosto qualcosa da esplorare per conoscere meglio?

Nell’introduzione Nadia Varolo si rivolge a noi “Gentili lettori…” e si presenta come persona ed esperta che si occupa di morte e morire con gioia e curiosità. Ci chiede se abbiamo anche noi “una fiamma di interesse” o “un misto di interesse e di paura”.
Sì, penso, un misto di interesse e paura.

E a questo punto sono già contenta che Nadia Varolo abbia ascoltato la sua “voce interiore più forte e più vitale” paragonando la morte all’”orizzonte” , e a proposito di questo orizzonte aggiunge: “se ti vuoi avventurare per cercare di comprenderlo e per cercare di raggiungerlo, appare la paura perché perdi i confini, ti soffoca la vastità”.

Poi ancora Nadia ci racconta “scrivere della morte e del morire è come scrivere del mare; lo vedi, lo senti, lo respiri, ti sembra di abbracciarlo e poi ti accorgi che è lui che ti abbraccia”.

Leggo e mi riconosco, anch’io sono attratta dall’infinito e lo subisco con timore però mi piace. Percepisco “la particella di noi che “sa” . Con il sostegno di quella particella affrontiamo l’ignoto, perché essa “sa” cosa c’è oltre, ed è tranquilla”.

Entro allora nella vita di Nadia e contemporaneamente ripercorro la mia. Lei racconta in sintesi le sue parti formative del suo essere oggi. Il suo percorso non casuale comprende l’espansione dell’ascolto che si dirige verso energie sempre più sottili e comprende anche l’importanza della sua “presenza” .

La presenza importante di qualcuno accanto così necessaria nel viaggio verso la morte. Una presenza che ascolta nel profondo uomini, donne, bambini che incontra lungo il suo percorso.

Anche a Nadia avevano regalato un libro che parlava di morte, e anche lei continuava a metterlo da parte così come ho fatto io per qualche giorno, spostando in là, sempre più in là la lettura. Fa parte del gioco quando ci si addentra a leggere qualcosa della morte. Però poi qualcosa cambia.

La mia curiosità verso questo libro ha la meglio e mi accorgo che sono anche incuriosita da questa donna che esplora la morte fino a diventare una guida esperta.

Nadia offre la capacità di ascoltare, di “sentire” il bisogno di chi muore, anche di chi non sa più verbalizzare con chiarezza o che già da tempo si confronta con la separazione dal proprio corpo e per questo non ha più la “capacità di spostare il corpo nello spazio”.

In questo libro ritorna continuamente la parola “consapevolezza” e mi pare esserci un continuo invito ad addentrarci nel campo della morte con serenità e consapevolezza.
Serenità e consapevolezza che si possono allenare per “assorbire la verità” di ciò che accade. Morire fa parte del vivere. E Nadia Varolo si propone come compagna di ventura in questa esperienza.

Morire, ma non da soli, morire, senza la paura di morire. Nadia accompagna chi muore fino all’ultima porta, ma contemporaneamente accompagna anche i famigliari e gli amici che poi restano al di qua dell’ultimo cancello.

Nadia in questo libro racconta i suoi incontri, le persone, e di come si lascia attraversare dalle loro storie, spesso storie di dolore e sofferenza, ma anche storie di sorrisi e suggerimenti che emergono da una comunicazione tutta particolare.
Una comunicazione che contiene un’espressione propria attraverso un “contatto”. Un contatto che sostiene chi si trova su quel tratto di strada verso la separazione dalla vita.

Certo, anch’io mi sono chiesta mille volte «cosa ci sarà dall’altra parte?». La domanda eterna. Anche Nadia se lo chiede e nel suo libro racconta cosa ha esperito lei e come e con chi. E’ più che interessante ciò che emerge. Mi ricorda quando mi risvegliai da un coma a causa di un incidente in bicicletta. Per tre giorni ero da un’altra parte, poi, quando ritornai a me qualcuno mi accolse con un tocco. Sentire piano piano ritornare di nuovo il corpo e sentirne il peso e la gravità è un’esperienza indimenticabile.

Nadia continua a raccontare e a dare indicazioni riguardo al suo modo di sentirsi terapeuta. Concordo con lei perché sento che sono indicazioni che riconosco in quanto operatrice di Ortho Bionomy e in quanto fanno parte della mia ricerca artistica di Arte per il corpo. E il corpo è qualcosa di meraviglioso da esplorare e sperimentare, anche nella morte come ci suggerisce ancora Nadia. Dalla lettura emerge l’importanza del tocco che da lieve, come una piuma diventa profondo per sentire gli strati energetici del corpo.

Nadia ci dice: «Sono io che apprezzo la “facilità” con la quale l’anima lascia il corpo. Soprattutto apprezzo gli svariati modi che hanno le persone per lasciare e morire. Ognuno ha il suo metodo…»

Chi ci terrà per mano alla fine, chi sarà la nostra “l’ultima madre”? “Il morire ha un processo chiaro, strutturato, ancestrale, esattamente come il parto”.

Ecco a cosa serve un libro come questo, serve a riflettere tra le righe sulla nostra paura della morte, anche in termini di cittadini della cultura occidentale. Qui, noi lettori, possiamo sostenere Nadia nel suo progetto affinché si possa giungere a un’evoluzione spirituale tale che comprenda il morire e la morte come parte integrante del nostro viaggio terreno e come qualcosa di naturale.

Ora penso che è bello sapere che esiste qualcuno che ci voglia accompagnare anche solo fino all’ultimo bivio. Nadia Varolo propone un percorso attraverso 15 stazioni, come nella Via Crucis, e ha gli strumenti per percorrerla assieme a chi muore affinché la morte possa essere il soffio della trasformazione.



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