Perché l’India ci sconvolge? L'India e la Roma Eterne
Leonardo AnfolsiBUDDHA: ORIENS/OCCIDENS
A quando uno stadio affollato per un incontro di filosofia?
Ai tempi di Buddha (Siddharta Gautama Shakya) accadeva, ma erano tenzoni "gladiatorie" nelle quali se perdevi diventavi discepolo dell'altro maestro, e se era uno di quelli che mangiava solo bachi, cachi & bacche dovevi adattarti, non era un talk show per influencers dove ognuno dice la propria "verità" si alza e se ne va prendendo il suo applauso... Eh, no!
E cosa facevano per risultare convincenti e vincere la tenzone?
Ovviamente gli arbitri erano al loro stesso livello e capivano quando la retorica usciva come una folgore dal carisma realizzato da un maestro o se era robaccia tipo "pensiero positivo" eidetico.
...E aspettavano.
Aspettavano cosa?
Che per la stanchezza o per il tedio si incrinasse, di fronte alla limpidezza dell'avversario, quella certa sicurezza da hidalgo, o da hooligan, che è il chiaro segnale di una qualità umana tipica dello xatria, non del brahmana, una qualità in genere nascosta ma che, quando notata dagli arbitri, diventava uno sguardo condiviso, un ammiccamento tedioso che osservava un lato flebile, non coltivato, non sublimato, scadente, del personaggio in esame.
Così passavano i giorni e le tifoserie si portavano da mangiare.
Buddha, sempre altero, franco, eppure sovrastante ogni possibile discorso con la sua flemma focosa, non attaccava mai le argomentazioni dell'avversario, ma proseguiva con la sua disanima imparziale e feroce della condizione umana, quella di-chi-stava-ascoltando, andando a rispondere indirettamente a tutte le questioni e alle posizioni dell'avversario, che neanche vedeva.
Siddharta era nato xatria, cioè guerriero, politico, non sacerdote brahmino, e tuttavia aveva un'esperienza d'ascesi enorme - senza cibo, nella giungla, da solo -; e conosceva anche tutti gli errori che, chi intraprende la via iniziatica, poteva incontrare.
Questo già millecinquecento anni prima delle Upanishad, i testi sacri indù che avrebbero trattato - chiavi in mano - della condizione umana, dell'universo, della sfida d'esistere, dell'implacabilità dell'essere e di un sacerdozio laico, che si compie da anziani nel quarto Ashrama della propria esistenza.
Ma ancora resisteva, ai sui tempi, la fondamentale spiritualità ritualistica e mantrica dei brahmini, i quali lo rispettavano solo in quanto esponente di un superiore varna (casta = colore), ma non certo come individuo. Gli xatria sono inferiori ai bramini di un solo punto, ma un punto essenziale; gli xatria non parlano con gli Dei - non possono - ma offrono loro la spada e la mente, e corrono incontro al nemico senza paura, perché chi uccide o viene ucciso ha compiuto il suo destino glorioso.
Anche fra i vichinghi morire "sulla paglia" cioè di vecchiaia, a letto, malati, era un'onta intollerabile, e così era anche per i romani; ancora una generazione troppo tardi, i giovani romani chiedevano di essere mandati a combattere contro i fieri e irriducibili liguri - che Virgilio definiva "usi agli stenti" - e venne loro spiegato come fossero oramai tutti cittadini romani anche loro.
Così era anche per le famiglie nobili europee, ove i figli cadetti erano mandati a servizio del re, col dovere implicito di non invecchiare.
Poi venne un tempo nel quale, secondo quanto testimonia uno storico romano, le figlie di Roma non accarezzarono più - piene di delizia e passione - le gote sfregiate dei loro innamorati; e questi iniziarono ad andare in battaglia col volto coperto da losanghe.
Un bramino, una delle vestali, o uno dei Frātrēs Arvālēs, conosce tutte le formule, le allocuzioni, i mantra, i particolari del rituale, gli strumenti, e l’insieme viene ripetuto a lungo e perciò attivato grazie alla benedizione della discendenza - guru–shishya parampara - per parlare direttamente con gli Dei. Ogni mattina, una donna indiana tradizionale riattizza il fuoco grazie a una lampada a ghee, essendo vestale della propria famiglia, come il pater familiae ne è il sacerdos. Come a Roma.
Ecco cos'è l'India per noi.
L'India infarcita di sesterzi che comprarono olibano, mirra, triphala, seta frusciante e splendente; gli occhi dopo pochi minuti non ne reggono più il luccichio (provato di persona), e il venditore sorride compiaciuto. Sa della tua sindrome-di-Stendhal-in-trasferta, e tu benedici quel giorno che decidesti di prenderti una sciarpa di luminosa seta. Te ne andrai ubriaco di coloratissime configurazioni cangianti, disegni curatissimi in un caleidoscopio che ti accompagna alla tua stanza di albergo col telefono finto.
Come anche mi sorrise teneramente quel contadino orgoglioso, provenendo in corriera dal contrafforte himalayano, che mi indica la valle gangetica che si apre sotto i nostri occhi. Scendeva la corriera di un crinale che oramai stava diventando una spianata infinita, piatta come un biliardo.
Mi sussurrò, complice: “Kurukṣetra" e mi guardò come dire “Mi capisci, straniero?”.
Polemos, la grande battaglia prese forma laggiù in un tempo epico solo perché, come dice il sacerdos romano Sallustio "i miti non avvennero giammai, eppure sempre avvengono".
E in quella battaglia crudele ecco che Dio - nella forma del Fascinoso - si manifesta come il taxista oppure, se vuoi, il carrista, o il mitragliere e ti fa sapere che è tutto un sogno senza alcuna soluzione, dove puoi solo vincere se lo sai, ma anche se lo vivi completamente, sapendolo eppure vivendolo perciò dal fondamento, con quel coraggio dal respiro fluente e completo, nella battaglia che non ha inizio né fine.
La tenzone fiera e vuota che si serve di una logica superiore, di una retorica immota ed emanata ad ogni parola nel molteplice con tutta la potenza epistemica e aletheica di cui Buddha mostra il respiro senza tempo che sorge dal samadhi meditativo, senza timore, con ogni parola a scavalcare ogni significato e significante, compiendone il mistero nella vita reale, viva ben oltre ogni parola possibile, nell'indeterminatezza di una frase in formazione che, tuttavia restando viva, contiene tutto e si conclude nella comprensione di chi ascolta, beato, senza più riferimenti.
Mollare la presa.
Tuttavia, orecchie umane, nello stadio filosofico, distratte dai suoni incalzanti, credono di avere sentito un'allocuzione eccezionale e già gli astanti e gli arbitri plaudono a una vittoria inevitabile. Nulla si è mosso, nulla è venuto a esistere, nulla finisce in quel luogo sacro e intimo di noi stessi.














































