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Mercoledì, 12 Luglio 2017 10:13

Alchimia di Paracelso radice di Omeopatia e Antroposofia – 1

La Medicina Alchemica non è solo la radice della iatrochimica moderna ma, dal punto di vista della storia delle medicine complementari o non-convenzionali, si può considerare come la madre di tutte queste.

Infatti Hahnemann sperimentò fra i primi farmaci omeopatici proprio le materie prime, i prodotti ed i sottoprodotti delle operazioni alchemiche e, mi si lasci dire, con una certa competenza: hepar sulfur, tartarum stibiatum o antimoniatum, antimonium tartaricum o antimonium crudum, cuprum vitriolatum eccetera.

Quest’argomento è composito e richiede pazienza nel considerare le sostanze, le loro particolarità, la loro velenosità relativa, le dosi e come queste vengono concepite, e poi i loro effetti, siano essi sull’agente patogeno e il quadro patologico, oppure sul sistema tutto o su di una funzione specifica. Peraltro laddove l’Omeopatia post-hahnemanniana si è voluta sperimentare – mi vengono in mente gli studi di Boericke, Nash e Reckeweg sui veleni di vari serpenti – ci si accorge che non ci può essere una teoria generale chiamata “avvelenamento secondo gli omeopati”: infatti le dinamizzazioni omeopatiche usate per naja e lachesis, i veleni di cobra e crotalo, sono fra loro diversissime. Ovviamente quale che sia la dinamizzazione scelta, questa deve guarire non solo una patologia simile, ma in questa sperimentazione specifica anche il morso del serpente stesso, e in modo evidente, immediato, completo.

Paracelso, afferma che il veleno è una componente che può essere rimossa da un principio o da un composto, mentre altrove viene citato perché asserì che tutto può essere velenoso a seconda della quantità impiegata; il che, a ben vedere, non è una contraddizione. Proprio quest’ultima citazione paracelsiana inizia un breve trattato, scritto per l’agenzia governativa APAT, sulla ormesi.

In tutta onestà e correttezza le autrici del documento suddetto ci rendono noto il problema del dogma: qualora dovessimo impostare una ricerca più generale sulla questione dosaggio, sussiste un dogma che ha a lungo scoraggiato una ricerca a pieno campo sull’argomento. Ovviamente il convitato di pietra è sempre lei, l’Omeopatia, come lo sarà la cosiddetta memoria dell’acqua.

Traducendo per i non addetti, l’ormesi si occupa di presenza di sostanze in qualunque tipo di organismo, sia esso un ecosistema, il pianeta, l’essere umano, un tessuto ma, anche, l’ormesi riguarda un certo tipo di risposta allo stimolo dato da una sostanza, la quale risposta si rileva in due fasi: “Le risposte ormetiche, in genere, mostrano una modesta stimolazione alle basse dosi (…) e un’inibizione alle alte dosi. Perciò, affinché sia soddisfatta la definizione “qualitativa” dell’ormesi, devono necessariamente essere presenti tanto la dimensione stimolatoria quanto quella inibitoria".

Prendo dal testo citato questa grafica. I modelli dose-risposta sono: lineare, “a soglia” e ormetico.
Alchimia di Paracelso radice di Omeopatia e AntroposofiaIl modello “a soglia” e quello ormetico hanno in comune la risposta ad alte dosi, mentre, a basse dosi, l’effetto ormetico dovrebbe causare l’effetto opposto e non proporzionale a quello osservato ad alte dosi. Questi principi sono considerati in linea teorica ma immediatamente applicabili alla sperimentazione per risolvere questioni di dosi e sinergie, ma anche implicano il tema suddetto; ecco nella nota sottostante i particolari degli studi attuati per l'agenzia governativa APAT[1].

Vediamo come nella storia si sono incrociate le diverse medicine grazie ad una particolare sostanza che, da sempre, ha definito l’Alchimia: l’antimonio.
L’antimonio è sempre stato così importante nell’Alchimia da definire anticamente un altro prodotto della distillazione come una sorta di suo “derivato”: l’Alcol. L’Alcol non sarebbe altro che al+khol = l’+antimonio, essendo il khol notoriamente il pigmento nero che ne deriva il quale, reso in bhasma_ e oleolito, anneriva le ciglia e il bordo degli occhi; e pure chiamiamo ancora oggi collirio un preparato topico per gli occhi. Questo per dire, semplicemente, quanto era importante l’antimonio allora, al punto che un altro prodotto di laboratorio, l’alcol di alta gradazione, che un tempo era assai raro, finiva per prendere il suo nome.

È prassi comune a tutt’oggi nelle zone paludose del Kashmir l’uso repellente dell’antimonio, tutti se lo spalmano per annerire i bordi degli occhi, onde evitare che le zanzare forino gli occhi stessi, come anche in tutto il mondo pastorizio è usato similmente per evitare infezioni.

In Omeopatia, l’antimonium crudum, che è la stibina, ne è il sale inorganico, l’antimonium tartaricum ne è il sale organico.
Successivamente, nella farmacopea industriale, l’associazione dell’antimonio col potassio ha portato alla formulazione del tartaro emetico (tartrato di potassio e antimonio), mentre la sua associazione col sodio ha incoraggiato la produzione di sintesi delle fuadine.
E veniamo alla polvere emetica di Algarotti, e a quella di James. La prima fu un ossicloruro di antimonio che preparò mescolando e lasciando precipitare del burro d’antimonio in spirito di sale, chiamandola "pulvis angelicus"; la seconda fu una miscela di una parte di Ossido d’antimonio e due parti di calcio fosfato: ma è che sovente venivano contraffatte con della semplice polvere di stibina, anche per questo Paracelso s’arrabbiava così tanto, anche coi farmacisti.
Alchimia di Paracelso radice di Omeopatia e Antroposofia
E infatti, siccome l’antimonio sarebbe stibina che si trova in natura legato allo zolfo in quanto sesquiossido, ingerito polverizzato in minime dosi funziona, sì, da emetico, perché reagisce con l’acido cloridrico dei succhi gastrici: ma questi legano lo zolfo e perciò rendono l’antimonio puro molto attivo sulle pareti dello stomaco, producendo crampi e quindi il vomito. Se la quantità è minima gli effetti collaterali sono impercettibili, anzi, aumentano l’effetto emetico, ma se si esagera si hanno intossicazioni anche gravi. In Omeopatia, si ricerca con l’Antimonium Crudum, l’effetto che viene da quella identica sostanza ma dinamizzata secondo la metodologia insegnata da Hahnemann: riesce a guarire proprio quel tipo di crampo allo stomaco che deriverebbe dall’assunzione di troppo antimonio. E questo anche in un animale, cosa che dimostra l’infondatezza dell’opinione ostinata di molti, secondo la quale i farmaci omeopatici sarebbero dei placebo.

Com’è noto, in alcuni casi le sostanze omeopatiche, essendo dinamizzate, hanno l’effetto opposto delle stesse sostanze in dose ponderali, in altri casi hanno effetti assai simili. E mi permetto di ricordare che nell’omeopatia c’è un pericolo in genere poco noto: quando il sintomo è acuto o molto acuto e dobbiamo somministrare una qualche potenza di un rimedio, in particolare se ottenuto da una sostanza o pianta velenosa, ricordiamoci sempre di non somministrare una potenza superiore (es. 30ch) e poi una inferiore (es. 4ch), cioè di NON tornare indietro coi “ch”, i “D” o i “K”, dato che in questo caso c’è il rischio di un peggioramento fulmineo che in qualche caso risulta essere inarrestabile. Esempio di questa possibilità è una appendicite che può diventare peritonite fulminante. Evitiamolo assolutamente, andiamo sempre in avanti, cioè aumentando i valori di dinamizzazione: visualizziamolo chiaramente.

Come si è detto, il principio della dinamizzazione omeopatica è stata da sempre osteggiata dal punto di vista allopatico che, forte della teoria di Avogadro, non contempla alcun fenomeno energetico, di bio-magnetismo o qualsivoglia risonanza, ma solo la possibilità di un benché minimo residuo ponderale di sostanza nell’eccipiente: quando si passa dalla dinamizzazione 3ch alla 4ch, non sarebbe più rilevabile alcuna traccia della sostanza attiva.

Per gli allopatici non ha alcun senso la dinamizzazione: per loro la sucussione di una sostanza attiva che venga agitata nell’eccipiente non comporta alcuna interazione con quello o potenziamento di questa, per la medicina convenzionale allopatica si tratta solo di “diluizione”; questo, in effetti, risulterebbe strano a chi fosse cosciente come fra le più innovative ricerche ci siano proprio quelle che riguardano un modello di dose/risposta “ormetico” - come si è appena detto[2] - cioè del tutto simile al funzionamento di molti rimedi omeopatici. Riporto, in tal senso, questa ricerca di uno staff italiano sull’effetto a livello mitocondriale di una dinamizzazione abbastanza alta di Gelsemium, un rimedio assai noto delle materie mediche omeopatiche[3]. La sperimentazione ha usato il rimedio suddetto alla 2 ch (corrispondente a una concentrazione di gelsemina di 6,5 × 10-9 M) andando a modificare significativamente l'espressione di 56 geni, di cui 49 si sono perciò ridotti e 7 si sono sovraespressi.

L’omeopatia ha sicuramente mutuato dall’Alchimia la dinamizzazione di una sostanza, mediante però il concetto che vi sta alla base, quello di energia. Chi ha esperienza di questo fattore, l’energia, sa bene che non ne esiste solo un livello, non si tratta soltanto di ciò che scorre e non ha forma tangibile; piuttosto i greci, coll’etimogenesi di questa parola, consideravano che “sorge dal di dentro”, captando così un fattore tipico del vivente, se non una concausa d’esso. Senza scendere troppo nei particolari basta ricordare come in Asia le due principali suddivisioni dell’energia riguardino uno scorrimento bio-magnetico nel corpo che si muove attraverso i meridiani e i punti segnalati dall’Agopuntura nella Medicina Cinese e, l’altra, l’energia emotivo-funzionale che accende sensazioni ed emozioni, ma anche muove le palpebre, fa parlare o respirare: un’energia chiamata prana che si lega a canali, cursori, chakra e anche al respiro, perciò al sistema nervoso oltre che a quello endocrino.

Quando si parla di energia esterna, allora, è proprio l’Occidente che ci viene in aiuto dicendoci che ogni cosa non solo è dotata di una differenza di potenziale - qualora siano dati una purché minima conduttività e due poli – ma che è anche dotata di frequenze, ovvero che ogni cosa è una frequenza. Con le implicazioni di questo fatto avremmo già una base per intendere una metafisica attiva, ovvero come un fattore di ordine “metafisico possa diventare fisico e rilevabile”, quale per esempio sarebbe la possibilità - sempre più incalzante - che l’acqua possa conservare traccia delle sostanze con le quali viene a contatto, o che il cielo fosse anche nella stanza.

In tal senso, in simili cambiamenti possibili della percezione che possano implicare un vero possibilismo scientifico - radicale quanto plausibile - fa testo tutto il percorso matematico che lo precederebbe, formule, algoritmi e stringhe, un impianto logico lineare in cui le sintesi non hanno balzi capaci di superare questa dialettica che oramai si è impostata in modo ideologico-giurisprudenziale. Poi, quando Bohr o Maxwell se ne vengono fuori con la loro metafisica, ci sembra di essere tornati alla Stoà di Atene, o ai tempi del Buddha e di Lao Tse, quando invece siamo nel dramma della scienza e dell’Occidente, dove c’è stato un cambiamento di Chiesa senza colpo ferire, dove il tema fondante non è la realtà ma, ancora, la Verità.

Tradotto nei termini di una storia dell’arte teatralmente rappresentata, è come se sullo sfondo di un quadro di caccia inglese del settecento, coi suoi toni scuri e in lontananza una volpe che fugge dai cani, il ruscello e la collina, da Leonardo a Man Ray, da Van Eyck e Picasso, tutti i pittori continuassero a esprimere la loro arte, ma solo su quello sfondo; Sopra lo sfondo di un paesaggio di caccia inglese ecco apparire la Gioconda, i Coniugi Arnolfini, Guernica, eccetera.

Mai un sobbalzo.

Ma oltre il problema di un impianto ideologico ecco che la sperimentazione scientifica risente dell’aspettativa di risultati precisi che abbiano l’avvallo di una teoria precedente e soprattutto di congrui finanziamenti.
Il fatto di come muti l’osservazione della realtà a seconda di come ne approcciamo i particolari nella nostra esperienza, sia a livello verbale che pre-verbale, non sembra interessare chi ha già la tessera vincente al partito positivista-riduzionista; quindi l’invadenza di una simile ideologia è considerata una sorta di inevitabile background culturale, anche se non ha alcuna giustificazione razionale ma è al contrario frutto di una mera reazione storica - uguale e neppure tanto contraria - all’impianto teologico della chiesa che la precedette.

L’invocazione di una verità salvifica mi sembra occupare molto spazio nella mente degli scientisti più ideologizzati, cioè più attaccati al concetto di “oggettività”, concetto assai ingombrante che è stato individuato da antropologi smaliziati come un postumo imbarazzante del concetto di “onnipotenza divina”, ma reso perfino personale, oltre che ecclesiastico, in quanto detenuto e conferito solo dalla casta dei detentori della verità attuale ai singoli esponenti di spicco. Gli altri si sentono semplicemente onorati di appartenere alla grande-famiglia-di-coloro-che-stanno-dalla-parte-dei-bottoni e non si accorgono dello svuotamento interiore – non solo semantico - a cui partecipano entusiasticamente.

Tale attitudine viene evidente di fronte al problema annoso della vaccinazioni coatte, idea accorpata indissolubilmente al principio salvifico dell’immunità di gregge, opinioni che sembrano a costoro incontrovertibili, ma sulle quali – comicamente e drammaticamente – scende invece la colomba bianca delle scelte economico-politiche, evidentemente molto più “oggettive” di quelle scientifiche.

La funzione salvifica del Agnus Dei, con la sua carica apotropaica viene spalmata – come in ogni guerra e peste che si rispetti – su tutta la popolazione come un inevitabile sacramento.

Una distinzione importante rispetto l’Omeopatia, è che in Alchimia non servirebbe in genere dinamizzare una sostanza con successive sucussioni, dato che i farmaci alchemici, per dirla in termini omeopatici, si assumono alla 1 ch. circa, il che significa da una a sette gocce diluite in un bicchiere d’acqua, di vino, se non in una tazza di brodo o di apposita tisana, a seconda dei casi.

Da sempre, per l’Alchimista, per guarire un malato è fondamentale infondergli forza: la contestazione di Leonardo Fioravanti alla mania del salasso tipica dei medici del suo tempo non è solo ragionevole, ma ben circostanziata. Avendo viaggiato al seguito di principi e nobili spagnoli, ci fa presente che nell’Africa mediterranea vi sono specialisti del salasso che scelgono punti precisi, fasi lunari e ore del giorno, e tipo di intervento a seconda dei sintomi, del quadro generale e della complessione umorale del paziente. E aggiunge che l’unico salasso polivalente, sarebbe quello ottenuto con poca fuoriuscita di sangue da sotto la lingua, vicino all’orifizio della saliva, fino a che escano dei filamenti. Probabilmente gli stessi medici scalzi flebotomisti che vide coi suoi occhi il Fioravanti, sono stati poco tempo fa incontrati da antropologi francesi che facevano ricerca sui monti dell’Atlante.

paracelso 4Fu Johann Gottfried Rademacher (1772-1850), un contemporaneo di Hahnemann, il padre dell’Omeopatia, a connettere la nuova medicina Omeopatica all’Alchimia: pubblicò un libro di ben 1600 pagine, Erfahrungsheillehre (cioè la Pratica Empirica della Medicina) nel 1841. Parallelamente all’Omeopatia nacque dunque una nuova scienza che Rademacher non volle palesare come Alchimia ma come Organopatia: possiamo dire che questa nuova scienza volle aderire più ad una sintomatologia empirica che ad una similitudine tossicologica com’è per l’Omeopatia. Il sottotitolo del suo testo aggiunge “Giustificazione della pratica empirica della Medicina degli Antichi Medici Alchimisti, malgiudicata… ecc” dato che Rademacher si impegnò sul campo per venticinque anni, osservando la precisione delle teorie di Paracelso e dei risultati ottenuti dai suoi arcana e da quelli proposti dai suoi discendenti, adattati a luogo e stagione. La teoria paracelsiana riguardante gli organi e la loro connessione col tutto, collega indissolubilmente l’opera di Rademacher all’altro celebre Paracelsiano europeo del tempo, Cesare Mattei (1809-1896). Siccome molti dei preparati di Rademacher furono poi sperimentati clinicamente dai medici omeopatici ed accettati nelle loro materie mediche, o ebbero sperimentazioni e usi omeopatici grazie a James Compton Burnett (1840-1901), possiamo ben dire che Rademacher fu il padre della Medicina Alchemica tedesca contemporanea, mentre Burnett sarà uno dei principali traghettatori dell’Omeopatia nel nuovo secolo.
Un altro contemporaneo di Hahnemann fu Goethe che, con grande intuizione, fu situato, da Von Bernus, agli albori di una nuova, seppur tradizionale, concezione paneuropea ed iniziatica della scienza e della medicina; della stessa opinione fu anche Steiner, a cui va il merito di avere incarnato, con Formisano/Kremmerz, col Mattei e con altri Adepti europei, la realtà di una Dinastia Alchemica destinata a regnare con l’uso di sali speciali.

La realtà esterna/essoterica relativa a questa “profezia” di Paracelso prendeva una forma dinastica ed una industriale: la forma di regnanti Alchimisti quali Cristina di Svezia e Francesco I de Medici, di re illuminati quali furono Ferdinando III, Cosimo I e Lorenzo de Medici, e quindi prese anche la forma di grandi industrie chimiche e farmaceutiche alla perenne ricerca di nuove molecole da brevettare. Come dire, una ulteriore e finale forma essoterica dei salia citati nella profezia paracelsiana come la commentarono Van Helmont e Glauber.

È inevitabile che ci siano medicine per le masse – inevitabilmente manipolative quanto a pronto uso - e medicine per chi capisce la guarigione – che lo interrogano su quanto vive e come. Del resto, solo gli ingenui credono in una età dell’oro, mentre chi è più saggio vi intravede un mito utile per educare a visualizzare il bene inaspettato che, comunque, la vita può darci se bussiamo alacremente alla sua porta.

Ogni giorno, però.

Continua...

Note:

[1] - http://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00003600/3694-miscellanea-2006-07.pdf/

[2] -ibidem

[3]https://bmccomplementalternmed.biomedcentral.com/articles/10.1186/1472-6882-14-104

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Leonardo Anfolsi

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    “La Natura è il medico, non tu. Da lei devi prendere ordini, non da te”.
    Paracelso

    Origini e Storia

    Quando annusiamo il profumo di un fiore, di una foglia, l’aroma intrigante delle spezie oppure l’odore vibrante di sole, acidulo e fresco di quando sbucciamo un‘arancia, si sta sprigionando nell’aria un olio essenziale. Possiamo dire che è l’essenza animica della pianta che si manifesta attraverso la sua espressione profumata, quindi ne è il Solfo (Zolfo). Gli oli Essenziali costituiscono quanto di più raffinato si possa comunemente ricavare da una pianta e in essi si concentrano la personalità, che per la pianta costituisce, stranamente, l’anima. Gli oli sono principi attivi molto concentrati ed hanno un’azione terapeutica sull’organismo, ma è proprio la caratteristica di essere il cuore, la vibrazione olfattiva e l’anima della pianta che rende gli oli essenziali dei rimedi potenti per equilibrare gli stati emotivi e per sostenere il nostro spirito. La testimonianza dell’uso delle essenze estratte dalle piante aromatiche, risale al 2000 a.C. e gli uomini antichi avevano già capito come usare al meglio il potere del profumo delle piante. Gli Antichi Egizi furono i primi a fare uso quotidiano di essenze nei riti religiosi, per la conservazione delle mummie, per curare la pelle, per il massaggio del corpo, per pulire le impurità fisiche e allontanare le malattie. Il Papiro Ebers – del 1550 a.C - è il più antico documento ritrovato nel quale compaiono indicazioni terapeutiche sull’uso dell’incenso e più di 700 prescrizioni a base di sostanze naturali con relative formule propiziatorie. All’interno della tomba di Tutankhamon sono state trovate 50 anfore di alabastro, contenenti qualcosa come 350 litri di oli essenziali!

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    Contemporaneamente nell’antica Cina nel testo “Pen T’Sao” vengono descritti gli usi medicinali di oltre 300 piante. Gli aromaterapeuti cinesi definivano gli estratti delle piante aromatiche come “l’anima delle piante” e perciò anche loro, come si è detto, ne avevano individuato così il principio Solfo. La classe nobile riprende a usare massicciamente gli oli essenziali durante la dinastia T’ang, per profumare le case, gli abiti, i templi, la carta su cui scrivevano e per comporre medicine e cosmetici. I Greci appresero l’arte della profumeria dagli Egizi. Fecero largo uso delle essenze per profumare il corpo e gli abiti, per aromatizzare e conservare i cibi, per la cura delle malattie e la cosmesi. Alcune tavolette con ricette di profumi medicamentosi sono state rinvenute nel tempio di Esculapio e di Afrodite. I Romani influenzati dalla cultura Greca, sono stati appassionati consumatori di profumi ed essenze, sia per scopo terapeutico che cosmetico.

    L’India è ancora farcita di sesterzi romani che si rinvengono ovunque si scavi, dato che nel subcontinente indiano i romani compravano innanzitutto spezie, quindi oli essenziali anche in forma d’incensi e profumi, e poi seta.

    Essenza meravigliosa delle piante_3

    Nel X sec. d.C. fu l'alchimista e medico arabo Abd Allāh ibn Sīnā conosciuto come Avicenna che per primo espose su di un testo tramandato il metodo della distillazione e il relativo ottenimento dell’olio. L’olio, così estratto, più prezioso fu quello della rosa. L'acqua e l’olio di rosa furono esportati in Spagna durante il periodo delle crociate ed ebbero larga diffusione in tutta Europa. Molte estrazioni di olio in Egitto vengono tuttora fatte con lo zucchero o con l’olio di cotone; in quest’ultimo caso si assomma all’effetto profumato e topico esterno della pianta, quello dell’olio di cotone scaldato che è un potente ipnotico e calmante/narcotico. Nel Medioevo divennero di gran moda i profumi orientali, ma si cominciarono a produrre le essenze di lavanda, rosmarino, salvia e di altre piante aromatiche che venivano poi impiegate miscelate con altri ingredienti per la preparazione di pozioni profumate, se non magiche e curative.

    piante 4

    I Frati domenicani arrivarono a Firenze, all’inizio del XIII secolo e posero attorno alla chiesa di Santa Maria Novella un monastero. In questo realizzarono una farmacia e un orto, dove iniziarono a coltivare erbe medicinali per farne balsami, unguenti e altri rimedi a base di erbe per l’infermeria del convento. Quando la peste nera è arrivata in Europa a metà del XIV secolo, spazzando via il settanta per cento della popolazione di Firenze, i monaci fecero un distillato di acqua di rose da utilizzare come antisettico per disinfettare le case. Più tardi a Firenze, nel Rinascimento, furono estratte circa settanta essenze che furono utilizzate pure o composte con altri ingredienti dagli alchmisti del tempo per curare le numerose epidemie che colpivano la popolazione, di cui la peste era solo la più grave.

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    La maschera a becco d’avvoltoio

    La veste indossata dai medici per proteggersi durante le epidemie di peste nera, aveva la forma di una maschera a becco d'uccello dove, all'interno del becco, era contenuta una miscela di erbe balsamiche con in più, nella zona della bocca, una garza imbevuta di aceto e specifici oli essenziali per resistere al tanfo e al contagio.

    Tra le erbe aromatiche vi erano rosmarino, chiodi di garofano, aglio e ginepro, utili per alleviare il fetore della carne putrescente infettata dalla peste, e gli oli essenziali, sempre di garofano e ginepro, uniti alla lavanda, all’incenso e alla mirra. Oggi, i ricercatori di erboristeria e farmacologia sanno che questi oli essenziali, come anche gli olii volatile dell’aglio fresco, sono dotati di proprietà antibatteriche verificate in laboratorio nei confronti di un batterio appartenente allo stesso ceppo dei batteri responsabili della peste, lo Yersinia enterocolitica.

    Oltre a ciò i medici, i cerusici e i loro assitenti, indossavano un cappello a tesa larga e degli occhialoni provvisti di lenti protettive; avevano lunghi guanti e stivali alti, entrambi scuri, una tunica sempre nera che arrivava ai piedi e una bacchetta vagamente assomigliante a un caduceo per sollevare le lenzuola e le vesti, oltre che per spingere gli appestati per chiedere loro di girarsi o per controllare lo stato di avanzamento della putrefazione delle piaghe.

    Come se non bastasse già il dramma di questi poveri ammalati, si aumentava l’aspetto sinistro di tutta la scena con questo vestimento, probabilmente per scoraggiare ogni reazione di rabbia impotente nei confronti dei medici. Consideriamo che facilmente i medici del tempo non riuscivano a guarire la peste e che solo grandi alchimisti come Borri, Fioravanti o Starkey riuscivano a debellarla. Fatalmente, tuttavia, quest’ultimo ne rimase ucciso dato che si era già intossicato a dovere in laboratorio e che, nonostante ogni elisir o ens, aveva già la sua capacità immunitaria al lumicino. Non differentemente Newton e, ancora di più, Glauber, si erano rovinati la salute in laboratori senza cappe aspiranti o, addirittura, senza nemmeno finestre, operando distillazioni di salnitro, fusioni di mercurio o detonazioni di metalli senza minimamente preoccuparsene.

    Oggi questa veste medica è considerata una delle più tipiche maschere del carnevale veneziano, e con la bacchetta i finti medici del Carnevale, nei secoli, hanno rincorso e insidiato le signorine o fatto scherzi ai signori.

    Essenza meravigliosa delle piante_7

    Caterina de’ Medici - Una regina fiorentina teenager a Parigi

    Nel 1533 la quattordicenne Caterina de’ Medici andata sposa al Duca d’Orléans, futuro re di Francia anch’egli quattordicenne, introduce alla corte francese, grazie al suo profumiere di fiducia Renato Bianco e ai frati di Santa Maria Novella, l’uso dei profumi italiani. Così il profumo emerse dalle nebbie fumose del medioevo dove era stato dimenticato dopo i fasti d’epoca romana per divenire elemento indispensabile alla convivenza sociale delle classi più agiate, grazie a Caterina de’ Medici.
    La nobiltà francese scoprì e amò appassionatamente i profumi, oltre che le feste, la caccia e l’annusare tabacco. Ma profumarsi, in particolare, facilitava i rapporti personali, ingentiliva gli approcci e incrementava il prestigio di chi lo indossava. In una Corte dove l’esibizione, l’esteriorità e lo sfarzo erano elementi indispensabili per mantenere il proprio rango e per contro, la mancanza di igiene, gli odori provenienti da corpi mai lavati e da fiati pestilenziali che inibivano spesso i tentativi di ascesa nella scala sociale, il profumo fu il balsamo che apriva le porte del successo.

    Caterina de’ Medici proveniva da una città, Firenze, in cui i profumi erano regolarmente indossati dalle dame, e oramai quasi tutti i conventi delle maggiori città d’Italia avevano almeno un frate alchimista che si dedicava alla lavorazione delle erbe e all’estrazione delle loro essenze.

    Essenza meravigliosa delle piante_8Nel 1700 fiorì “l’arte della profumeria” e gli aromi divennero di gran moda in ogni corte dell’epoca e Parigi divenne infine la capitale di questo nuovo interesse a cui parteciparono anche alchimisti eccelsi come Lefevre e Lemery.

    Ma fu all’inizio del 1900 che si riscoprirono le virtù terapeutiche degli oli Essenziali, grazie ad un chimico profumiere francese, Rene Maurice Gatefossè, che accidentalmente, durante un incendio nel suo laboratorio, si ustionò gravemente una mano e non avendo acqua a disposizione la immerse in un contenitore pieno di olio essenziale di lavanda, la mano guarì velocemente, senza produrre infezioni e senza lasciare cicatrici. Da quel momento Gatefossè cominciò ad approfondire gli effetti terapeutici delle essenze. Pubblicò diversi libri e coniò il termine “Aromaterapia”. Jean Valnet medico e chimico francese contemporaneo, incuriosito dalle ricerche di Gatefossè durante la sua esperienza di medico militare nella II guerra mondiale applicò i principi terapeutici degli oli Essenziali per curare i feriti e per la disinfezione degli ospedali da campo. In seguito a questa esperienza pubblicò diversi studi sui poteri curativi delle piante e diffuse l’utilizzo terapeutico degli oli essenziali nel mondo occidentale. Quando furono scoperti gli antibiotici e con l’avvento della chimica moderna, che permise di sintetizzare i principi attivi in laboratorio, la fitoterapia perse d’interesse per la ricerca farmaceutica. Ai nostri giorni con il ritorno della medicina olistica, l’erboristeria torna a essere di moda e l’industria farmaceutica reindirizza la ricerca verso gli effetti terapeutici delle piante. Gli studi pubblicati da Gatefossè, Valnet e altri studiosi francesi del 1900, oggigiorno, vengono riconosciuti validi dalle attuali ricerche biochimiche e microbioligiche, che confermano nelle esperienze di laboratorio, l’efficacia e la potenza degli Oli Essenziale.

    Ora voglio rispondere ad alcune domande

    Cosa sono gli oli essenziali dal punto di vista chimico-biologico?

    Gli oli essenziali sono sostanze aromatiche di natura volatile prodotte dalle piante in piccolissime quantità e si presentano in forma molto concentrata. Si raccolgono, in minuscole goccioline dentro cavità detti vacuoli, contenuti in ogni cellula. Gli oli sono generalmente in forma liquida e oleosa che cambia di densità e di colore in base alla specie e la parte della pianta da cui sono estratti. Le molecole degli OE sono di dimensione molto piccola, ma con una composizione chimica assai complessa per alcuni aspetti simile a quella degli oli vegetali. L’attitudine lipidica e la dimensione ridotta permettono loro di penetrare attraverso la membrana cellulare umana ed essere assorbiti facilmente dalla pelle e dalla mucosa.

    Perché le piante producono oli essenziali?
    Rispondendo a questa domanda possiamo intuire il perché della complessità chimica degli oli essenziali e le loro potenzialità terapeutiche. Dunque:

    1. le Piante principalmente producono gli oli essenziale come strategia di difesa contro parassiti, insetti, muffe, batteri eccetera. Nel campo della ricerca medico-scientifico è stato dimostrato che l’OE di Tee Tree oil ha poteri antibatterici più forti degli antibiotici di sintesi e che non sviluppa resistenze, motivo per il quale ultimamente le case farmaceutiche più aggiornate lo aggiungono alle loro formulazioni per migliorarne l’efficacia.
    2. Come difesa dal calore; le piante che crescono nei climi caldi trasudano oli essenziali per evitare di bruciarsi quando il sole è molto forte. È per questo motivo che le specie vegetali vissute in clima caldo, solitamente, sono molto più ricche di OE di quelle cresciute in un clima più freddo.
    3. L’essenza può anche servire alla pianta come parte attiva della cicatrizzazione quando il fusto viene attaccato e ferito. Ci sono studi scientifici che dimostrano che l’olio essenziale d’incenso ha potenti proprietà antitumorali, proprio per la sua capacità antinfiammatoria e rigenerativa dei tessuti, sia quelli vegetali, che quelli animali.
    4. L’aroma dei fiori è un valido aiuto per la riproduzione della pianta, che emanando profumo richiama gli insetti impollinatori. Gli OE sono molto compatibili con gli ormoni umani tanto che fin dall’antichità a tutt’oggi sono usati per amplificare l’attrattività e il richiamo sessuale.
    5. Un altro scopo della produzione di OE per le specie vegetali, non di minor importanza, è da rintracciare nella comunicazione dato che le piante parlano tra di loro attraverso l’emanazione di profumi nell’ambiente circostante. Per questo motivo, se impariamo ad ascoltarli, i profumi delle piante comunicano con la nostra anima!

    Essenza meravigliosa delle piante_10

    Come si ottengono questi preziose sostanze?

    Esistono diversi modi per ricavare gli OE dalle piante aromatiche, e ciò dipende soprattutto dalla parte della pianta da cui sono estratti.

    Distillazione a corrente di vapore

    È il metodo più utilizzato; attraverso questo procedimento si sfrutta il vapore acqueo per rimuovere le molecole aromatiche dalle loro sedi, i vacuoli. Le piante vengono poste all’interno di un alambicco, in alcuni casi dentro a una carta-filtro o in un distillatore apposito, dove viene fatto passare del vapore acqueo il quale trasporta con se anche le micro-gocce di OE, olio essenziale; la corrente passa attraverso un rostro dotato di esternamente di una serpentina di raffreddamento, il vapore raffreddandosi diventa acqua e si deposita nel recipiente. In genere si usa un imbuto separatore con apposito rubinetto, col quale si lascia passare prima l’acqua e poi l’olio, separandolo così dall’acqua su cui galleggia. Questo procedimento è molto delicato, richiede molto tempo e una copiosa quantità di pianta; mediamente da un etto di materia vegetale si estrae 1 mg di olio essenziale, però in alcuni casi l’olio risultante è molto meno. Questo è anche il motivo per il quale gli oli – e i profumi – costano così tanto.

    Pressione a freddo

    È il metodo utilizzato per estrarre gli oli essenziale presenti nella scorza e nei semi. Si separano le scorze dai frutti si aggiunge dell’acqua e si spreme tramite un torchio. Con una centrifuga si separa l’acqua dall’olio.

    Enflorage

    È una tecnica lunga e costosa, impiegata per estrarre profumi dai fiori particolarmente delicati come gelsomino, tuberosa ecc. Si dispongono i petale su dei teli cosparsi di grasso, un tempo si utilizzava il grasso di maiale, ora si utilizza grasso di palma o altri grassi vegetali. Si lasciano riposare in un luogo riparato dalla luce e fresco fino a quando quando i petali cambiano colore e hanno rilasciato completamente il loro aroma nel grasso. Si sostituiscono con altri petali appena raccolti fino a ché il grasso non è totalmente impregnato di profumo divenendo una massa aromatica detta “poumade”. In seguito si estrae l’olio essenziale con l’alcool e infine si distilla per eliminare ogni traccia alcolica.

    Estrazione con l’alcool

    Gli oli essenziali si possono ricavare in macerazione alcolica, ma è veramente difficile separare completamente l’olio dall’alcool, rimane sempre una punta alcolica nell’essenza. Per esempio John French consigliava di fare macerare i fiori di gelsomino dentro a del vino bianco delicato.

    Estrazione con CO2

    Con questo procedimento gli oli si estraggono con l’anidrite carbonica; è un metodo molto più rapido e si ottiene maggiore quantità di Essenza con minore quantità di pianta. Questo procedimento però non è accettato da tutte le scuole di aromaterapia né tantomeno dagli spagiristi.

    Estrazione con solventi chimici

    L’olio viene estratto dalla pianta con l’uso di solventi chimici. Il solvente più diffuso nelle industrie è l’esano. È fortemente sconsigliato l’utilizzo di tali prodotti per l’aromaterapia perché uccidono in buona parte le proprietà della pianta e possono provocare finanche allergie e intossicazioni.

    Aromaterapia e Alchimia

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    Paracelso volle confutare l’idea galenica dei quattro elementi e quindi promulgò il verbo dei tre principi Solfo, Mercurio e Sale.

    Nella spagiria vegetale l’elemento Solfo è contenuto negli oli essenziali. Lo Solfo corrisponde all’Anima, il cui principio veicola nella pianta, in quanto coscienza. L’anima può essere considerata inerente alla natura ignea/solare in ogni regno.

    Gli oli essenziali sono detti in alchimia anche oli eterici e, come abbiamo già detto, in genere sono definiti col termine “olio”, anche se in realtà non sono propriamente degli oli, ma vi assomigliano in virtù dei loro comportamenti fisici simili ai comuni grassi vegetali come l’olio di oliva, di mandorle e tutti gl’altri oli spremuti. Perché essenziali? L’origine del termine risale al periodo rinascimentale e dipende dallo sviluppo delle tecniche di distillazione alchemiche. Gli alchimisti, fin dai tempi antichi, avevano sviluppato il concetto che i quattro elementi contenessero in se un quinto elemento, una “Quinta Essentia”, una centralità relativa alla coscienza, al pensiero, all’amore/etere universale, ovvero relativa la forza che tutto unisce in Uno. Solo questo senso poteva spiegare la forza che in comune avevano le piante nei loro oli essenziali, nel loro Solfo, come anche spiegava le varie, singole propensioni di ognuna di esse che si esprimeva pienamente, appunto, nel suo Solfo, ovvero nell’olio essenziale. La distillazione per gli alchimisti, è un processo con il quale “si purifica il grossolano dal sottile” e, più semplicemente, si separano le sostanze non volatili da quelle volatili. L’Alchimia opera sovente evidenziando la quint’essenza degli enti nei tre regni minerale, vegetale e animale, rendendo così il corruttibile incorruttibile, ovvero, estraendone l’essenza.

    In realtà la Quintessenza e l’olio essenziale non sono affatto la stessa cosa ma possiamo dire che sono imparentati; intrecciando metafore e corrispondenze fra piante e esseri umani, con la Quintessenza abbiamo in un certo senso l’illuminazione farmaceutica della pianta, con l’olio essenziale ne abbiamo l’anima, cioè quella forza attrattiva che nel mondo umano richiamerebbe la ricerca spirituale e quell’attenzione capace di evocarne e coltivarne il senso.
    Una funzione della coscienza è quella catartica, che conduce a una trasformazione profonda, come quella della fenice rinascente dalle proprie ceneri. Per questo le essenze, ovvero l’anima delle piante, agiscono a livello psichico sull’essere umano; d’altronde anche la scienza sostenendo che l’olfatto è legato al sistema limbico ci indica che i profumi sono connessi quindi in modo funzionale ai ricordi, le emozioni, le intuizioni, tutte esperienze che vengono elaborate nel sistema limbico.

    Quindi l’utilizzo del principio Solfo della pianta è particolarmente indicato per una terapia emozionale, per quelle persone che hanno scompensato il lato emotivo, o che vivono schiavi di vecchi schemi mentali ed emozioni negative, anche qualora arrivino a creare disturbi comportamentali quali l’isteria, la paranoia, la depressione, le fobie, le ossessioni. Personalmente trovo sorprendente come un olio essenziale possa condizionare questi stati, talvolta già solo con un prolungato ascolto dell’olfatto.

    Quindi vediamo come ciò che è l’anima, la coscienza - per la pianta che non ha individualità - vada a corrispondere alle emozioni nell’essere umano, a ciò che di più veloce e colorato resta nella memoria degli uomini, qualcosa che è in sé esperienza e narrazione, sempre che detti “umani” abbiano cura di legare le emozioni al loro intuito spirituale e non solo lasciarle in balia di frenesia, mera curiosità o nella ricerca di un senso esistenziale davvero senza speranza: in quanti oggi cercano nelle “emozioni” una specie di ricarica motivazionale/esistenziale (“wow!”), quando in realtà chi ha un vero intuito spirituale sa che in ogni istante noi viviamo-emozioni-sconfinate, sempre se restiamo aperti allo Spirito. Poi da queste possiamo volgerci certamente verso le gioie sensorie, senza più smarrirci.

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    Ogni pianta, per esempio, di Lavanda, pur crescendo in un suo modo peculiare è identica a ogni sua “sorella”, quindi è come tutte-le-altre-piante-di-Lavanda. Ma proprio nel suo olio zampilla quella frequenza che le da una qualità che la fa differente dall’Achillea o dalla Menta.

    La differenza fra un Olio di Menta e uno di Lavanda è da noi percepito finanche quando avviciniamo il naso alla nostra tintura spagirica e ne sentiamo vibrare il profumo che, nel mezzo del Sale e del Mercurio resi ben puri, si aumenta e diventa ancora più vibrante e sottile. Allora la freschezza della menta diventa anche un cambiamento fisiologico in noi, oltre che emozionale e psicologico. Poche gocce hanno un enorme potere se noi, in più, vi partecipiamo con tutto noi stessi, cosa che una semplice pianta sa fare senza fatica dando in un profumo/frequenza già tutto di sé.

     

     

  • Salt of the wise Salt of the wise

    Words alone often fail to express the nimble Spirit which enlivens everything. It is the primary focus of the Alchemists. It is the Point of the Philosophy.

  • Philosophical Transactions Philosophical Transactions

    To begin with Alchemy and Culture we should take a look at all those cultural organizations which made the difference in the cultural heritage of our world, due to science, philosophy, art, religion, collecting, archiving or researching reasons.

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    Leonardo Anfolsi present third issue of Nitrogeno

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