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La dura vita dei filosofi ebrei, tra ragione e rivelazione. 1

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La dura vita dei filosofi ebrei, tra ragione e rivelazione. 1

Un viaggio filosofico e religioso in 8 parti. Non siamo stati sempre e soltanto eccellenti in alcuni campi del sapere e scapito di altri, né siamo tutti degli autocrati che coniugano clownismo e astuzia e potere per stare a galla. Siamo stati anche filosofi. Pochi invero nella storia.

I filosofi ebrei che hanno trattato filosoficamente “de materia judaica” avevano in effetti per le mani una enorme patata bollente. La Filosofia in fatti è una forma di pensiero che i Greci dicono -sapendo di mentire – di aver inventato loro. Consisterebbe nell’indagine compiuta sui dati percettivi provenienti dal mondo esterno ed organizzati attraverso le strutture encefaliche, proposti quindi alla MENTE perché questa, attraverso l’uso della ragione, e degli altre facoltà o elementi noetici e dell’Intelletto - quali ad esempio istinti, credenze, esperienze, idee, costrutti fisici e metafisici, principi, categorie, archetipi, valori e fedi - giunga a formulare una ricostruzione significante di questi materiali, già apprezzabile ed interessante in sé nella forma di Conoscenza.

Questa si rivela utile altresì alla formazione dei giudizi e della volontà che, in forma di decisioni, sono preposte all’azione o all’inazione del soggetto ma anche per provare a dare risposte alle domande chi sono io, che cos’è l’uomo, che cos’è l’universo, perché siamo qui, qual è il senso della nostra esistenza e di quella del Mondo, esiste qualcos’altro che non conosciamo ipotizzando l’esistenza di un altrove rispetto a questa realtà fisica del qui è ora, cioè del famoso continuum spazio-temporale in cui siamo immersi.

Gli Ebrei non credono a nulla di tutto questo. Non è così che gli Ebrei concepiscono le cose. Per gli Ebrei la rappresentazione del mondo, i valori e gli insegnamenti che se ne ricavano e la loro gerarchia, le decisioni che si traducono in comportamenti non sono fatti dipendere dal LAVORO DELLA MENTE ma dal fatto fondamentale di AVER RICEVUTO UNA RIVELAZIONE.

La storia del mondo, delle civiltà e della conoscenza mette gli ebrei di fronte ad una precisa scelta antinomistica: O la Rivelazione o la Ragione. Una è ebraica e l’altra è Greca. O Ebrei o Greci. E’ uno dei significati essenziali della festa rabbinica e non fondata nella Torah di Hanukkah. Ogni anno quando il sole scende nel punto più basso e c’è la maggiore oscurità prevista ne ciclo, e si prega per il ritorno della Luce, l’ebreo deve scegliere da cosa farsi illuminare: se dalla Luce della Rivelazione o dalla Luce della Ragione.

Scegliere il prodotto nazionale o buttarsi sul prodotto di importazione. Ecco perché gli Ebrei che un po’ follemente e temerariamente hanno tentato di mettere in una relazione possibile di convivenza queste due forme, riuscendo tentare di restare nell’ambito del Giudaismo dei padri, sono pochissimi.

Ogni forma di pensiero che sfida la Rivelazione è ipso facto problematico, pericoloso, fonte di infinite rogne. L’esistenza della Filosofia Ebraica si spiega, nonostante l’ossimoro evidente dell’accostamento tra queste due parole, con il fatto che essa è LA PRIMA LINEA DIFENSIVA AVANZATA contro l’approccio razionalistico ai fatti della vita. Nella Torah, come dovrebbe ormai essere universalmente noto si narra che il Creatore ha creato l’Universo in 6 giorni e che il 7° si riposò totalmente.

Sarebbe successo, rispetto ad oggi che ne stiamo parlando, 5781 anni fa. La Rivelazione spiega questi fatti dicendo che è andata così sicuramente e che l’Uomo è stato istruito in questi termini perché ha ricevuto una Rivelazione divina su questo punto. La Filosofia Ebraica si prepara alla difesa avanzata dicendo che D-o è il Creatore. Essendo un’Entità metafisica Eterna od Onnipotente ha creato questo Mondo dal nulla (ex nihilo) dotandolo di Materia e di Forme. L’uomo ricava questa informazione, dopo la lettura delle scritture che forniscono i dati, attraverso ragionamenti, sillogismi e deduzioni. I Greci nel V secolo BCE con Platone presuppongono l’esistenza nella dimensione metafisica di un Mondo di Forme Ideali che si pongono in un irriducibile dualismo con le forme e le essenze delle cose nella realtà fenomenica del mondo.

Solo le Idee sono reali. Le forme del mondo dono pure e temporanee accidentali apparenze degradate di tali idee. I Greci nel IV secolo con Aristotele pongono invece le basi concettuali (il Logos, le categorie, le sostanze, gli accidenti, ecc.) del pensiero e delle metodologie di indagine e di analisi proprie della scienza, spostando il focus dell’attenzione umana: dalle Idee quando dominava Platone si passa a concentrarsi sul Mondo Sensibile con Aristotele.

Nel I secolo BCE un ebreo nato e cresciuto ad Alessandria d’Egitto che si chiamava Filone, si diede alla filosofia aderendo a posizioni platoniche ma dovendo fare i conti con Aristotele, maestro di Alessandro magno, che ad Alessandria giocava in casa. Filone ebbe un’idea geniale: Le Idee di Platone ed i fenomeni della realtà fisica che interessavano Aristotele sono connessi TRAMITE LA RIVELAZIONE che gli Ebrei chiamano TORAH la quale non è però altro che non il LOGOS stesso che agisce nella storia. Filone arriva proprio a parlare di “Incarnazione del Divino nella storia umana” che è manna assoluta e musica per le orecchie dei cristiani paolini ellenistici, tanto per “Giovanni” l’autore de “l’Apocalisse”, quanto per “Giovanni” l’Evangelista non-sinottico che inizia la sua Rivelazione in forma scritta con l’espressione “In principio era la Parola (il Verbo, Logos) […] ed il Verbo si è fatto carne”. Filone avrebbe dovuto reclamare il copyright, come minimo. Se vogliamo andare a gettare lo sguardo oltre il caso isolato e sporadico dell’Ebreo -filosofo Filone di Alessandria, dobbiamo attendere fino a tutto l’800 dell’attuale Era Comune per vedere il sorgere di altri filosofi ebrei che devono risolvere la compatibilità fra la Torah e quella filosofia che i Musulmani (non tanto gli Arabi in quanto tali, che non erano ancora praticamente civilizzati culturalmente ma i Siriani, gli Iracheni, i Persiani e gli altri popoli antichi appena islamizzati) avevano tradotto avidamente e febbrilmente e sdoganato dai secoli oscuri, rimettendola in gioco nella storia del sapere umano, tanto per loro quanto per il mondo cristiano, e quindi inevitabilmente anche rispetto agli Ebrei in diaspora.

E prima che cosa avevamo fatto? Eravamo stati parecchio impegnati, se questo può essere addotto come valida scusa. Dall’epoca in cui i primi pruriti filosofici hanno iniziato a farsi strada nel mondo antico noi Ebrei siamo stati impegnati a nascere come popolo, a consolidare il nucleo della nostra identità religiosa e culturale, fare un grande Tempio nella nostra capitale, creare forse un grande Regno ma poi sicuramente due, scriverci il Deuteronomio che ci fa passare definitivamente al monoteismo in senso proprio, farci distruggere Regni e Tempio, andare in esilio forzato a Babilonia vivendo come servi, creare l’ebraismo rabbinico, iniziare il Talmud e la Kabbalah, farci liberare dai Persiani e ritornare a casa per rimettere in piedi il Tempio, giusto in tempo per essere conquistati da Alessandro in quanto provincia persiana, finire come eredità marginale in mano a Diadochi greci, tirannelli senza talento, ribellarci coi Maccabei, restaurare sul trono gli Asmonei Ebrei, per farci poi invadere dai Romani, farci distruggere definitivamente il tempio, farci spedire in diaspora, vedere la nostra città ed il nostro paese cambiare di nome assumendo i nomi esecrandi dei nostri nemici, goderci in casa i Bizantini, poi i conquistatori Arabi che si inventano per necessità politiche contingenti che Gerusalemme è la loro città più senta (la Mecca e Medina erano praticamente in mano alla concorrenza), poi i Crociati Cristiani che per prima cosa fanno una bella pulizia etnica degli ebrei deicidi riconoscibili ancora in circolazione, e poi di nuovo i califfi che ad un certo punto diventeranno Turchi Ottomani.

Nel frattempo nell’anno 1008 del calendario comune terminiamo il testo definitivo separato e vocalizzato del Tana”ch ancora in uso oggi come canone ebraico per opera di un gruppo di studiosi detti Masoreti che lavorano a Tiberiade sulle rive del Kinneret, il Mare di Galilea. Nel frattempo abbiamo consolidato anche i due Talmud, la letteratura Midrashica, i Targumim ed il resto del canone ebraico a parte lo Zohar che arriverà nella sua forma attuale solo alla metà del XIII secolo. In questo “frattempo” abbiamo anche dovuto confrontarci e proteggersi dallo Gnosticismo, dallo Zoroastrismo, dal Manicheismo, dal Mandeismo, dagli Enochiani, dagli Ermetici, dagli Esoterici e dagli Alchimisti, nonché dalle due attuali maggiori religioni mondiali che oltre a dichiarare l’una di essere la continuazione della nostra e l’altra il perfezionamento della nostra, si erano chiaramente ispirate alla nostra Rivelazione, ma solo per dirci ora che noi eravamo in errore e che loro si offrivano con le buone o con le cattive - soprattutto le seconde – di correggerci e di riportarci nella nuova Verità. Se non è essere impegnati questo.

E’ un fatto che durante quella che in Europa amiamo chiamare l’Età Carolingia, la torcia dell’Intelletto e della Conoscenza era saldamente in mano all’Islam. Per la verità nel Vicino Oriente, già prima della conquista araba, nel VI e nel VII secolo, molti testi greci classici (come quelli di Aristotele) erano già stati tradotti dal greco al siriaco da monaci nestoriani, melkiti o giacobiti che vivevano nella provincia di Siria-Palestina, e dagli esuli greci di Atene o di Edessa. I sapienti islamici addetti allo studio della filosofia e delle scienze teoriche e pratiche detti “Kalam”, furono comunque coloro i cui studi circolarono maggiormente anche oltre e fuori dal mondo islamico, e che ottennero l’effetto storicamente inestimabile della ripresa generalizzati degli studi sulla conoscenza. Kalam era un nome che deriva dal concetto di penna, di scrittura, come attesta il sostantivo latino parallelo “Calamus” per “penna”. Al Ghazali, Ibn Arabi, Al- Khwarizmi , Al Kindi, Al Razi… potremmo continuare a lungo. Ma questa è solo una sintesi essenziale.

Tutti questi sapienti Islamici misero impietosamente in luce nei loro scritti che il D-o egli Ebrei era un’entità ANTROPOMORFA e che nei testi sacri appare agire nella realtà in modo sistematicamente CORPOREO, CARNALE, e MATERIALE. La loro conclusione era che Allah, incommensurabilmente più metafisico, astratto, “separato” dalla sua Creazione (Wahdat al Shuhud dei Sunniti < > Wahdat al Wujud dei mistici Sufi) era superiore alla arretrata concezione Ebraica della Divinità. Allah era limitatamente conoscibile dall’uomo e solo attraverso MODALITÀ CONCETTUALI, e sotto questo profilo la logica aristotelica ed il suo sistema categoriale erano disponibili, comodi ed adatti per albergarvi la dottrina islamica, anche se nel suo “La Nicchia delle Luci” in cui si scaglia contro i “falasifah” Al Ghazali non è assolutamente d’accordo, trovando questa idea una forma riduzionista dell’infinita natura del divino.

Questa era una sfida in piena regola, raccolta da un formidabile studioso ebreo che viveva nella zona del Delta del Nilo in Egitto: Saadia ibn Yussuf Al Fayyumi Gaon, autore anche del primo reinstatement in 6 capitoli seguiti da ermeneutica e commento, del Sefer Yetzirah. Saadia che quando si tratta di questi argomenti, data la certezza dell’esistenza di D-o e della sua azione creativa del mondo sensibile, la Ragione e la Rivelazione non possono che andare in accordo. Il suo pensiero finì per sfociare in un’affermazione importantissima. Saadia disse che se esiste qualcosa che io so perché mi è stato insegnato attraverso una rivelazione, ma che poi, attraverso l’analisi critica del testo, il vaglio delle affermazioni in esso contenute al netto degli accidenti, ed il giudizio formulato dall’intelletto razionale la mente mi dice che non è credibile anche alla luce della mia esperienza del mondo, bene, in quel caso io POSSO RIGETTARE QUELLA PROPOSIZIONE.

Non è un concetto innocuo e non è un concetto semplice. Non dice affatto che se io non capisco una certa cosa allora posso infischiarmene anche se proviene dalla Rivelazione ma piuttosto che se una cosa che passa attraverso il filtro delle mie facoltà intellettuali correttamente educate e funzionanti continua a non avere senso nel mio intelletto razionale, io posso considerarla come irrilevante ai fini del mio giudizio sulle cose. Per esempio Saadia, che non era un cabalista anche se si occupò di materie e materiali cabalistici, rigettò un’idea che era piuttosto diffusa a quel tempo nel giudaismo, quella della METEMPSICOSI ovvero della REINCARNAZIONE delle anime, poi ripresa nel Sefer Gilgulim – per invece confermarla – dall’AR”I nel XVI secolo. Fe ce un certo scalpore.

Ma per il resto, quasi sempre Saadia, che era un grande ammiratore di Aristotele, il più delle volte concluse che il Pensiero Rivelato del Giudaismo ed il Pensiero Razionale del Logos erano in sostanziale accordo, soprattutto quando le PAROLE usate nella Rivelazione vengono lette in modalità ALLEGORICA, SIMBOLICA o METAFORICA, il che corrisponde nella tradizione ermeneutica classica ebraica del “Pardes” ai registri ermeneutici del “REMEZ” (poetico, allusivo, metaforico) e del “D’RASH” (omiletico, letterario, analitico del testo, intellettuale). In questo modo Saadia risponde alle critiche Islamiche al D-o di Israele dicendo che se nel mio pensiero razionale e nel mio intelletto giudicante è presente la nozione chiara che D-o esiste e che è attivo nell’Universo, anzi che è stato Lui a crearlo ex nihilo, ed è protagonista nella Storia degli Uomini, pur sapendo io assolutamente nel mio intelletto che Egli non ha né corpo, né membra, né forma perché la ragione me lo certifica, allora so anche che tutte le volte che la Rivelazione mi parla di un D-o presente ed attivo in forma “corporea”, questa non può che essere un’allegoria, una manifestazione che è richiesta dall’interfacciamento divino-umano, una comunicazione che contiene un messaggio che deve essere DECIFRATO.

Nelle teologie contemporanee questo tipo di ragionamento è scontato ed universale. Ma a quel tempo era un PENSIERO RIVOLUZIONARIO. Ed otteneva anche il risultato per nulla secondario di spazzare via in un colpo la concorrenza ermeneutica della Kabbalah che, in quanto mistica, sosteneva che tutto ciò di cui parla la Rivelazione allude a qualcosa che è sempre assolutamente reale, se non in questo mondo in cui siamo, cioè Assiyah, lo è, reale, in un altro mondo sovraordinato a questo o all’interno di una delle sefirot o in relazione ai personaggi trascendentali e metafisici che le “abitano”, cioè i Partzufim.

Fine 1° parte (continua)



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