Perché abbiamo paura della morte? Michele Sist

Perché abbiamo paura della morte?

Forse perché non abbiamo compreso che cos'è la vita.

Un paio di mesi fa venni contattato da un amico pittore che mi propose di partecipare ad uno strano evento. “Sai”, mi disse, “ho pensato proprio a te... perché tu avresti molto da insegnare a ‘quelle’ persone; ti supplico, non dirmi di no!”

E mi spiega che da poco ha organizzato un evento “piuttosto unico” assieme ad una donna. 

“Lei”, continua, “per motivi professionali si è ritrovata a  gestire un gruppo social con migliaia di iscritti,  al cui interno vi è un folto e crescente numero di persone che chiedono di avere una sorta di incontro ravvicinato con quelle che sono le cosiddette “strumentazioni funebri”... in particolar modo nutrono il desiderio di farsi fotografare dentro ad una bara; e noi abbiamo deciso di accontentarli”, concluse con aria sorniona.

Lo guardai basito, ma subito lui aggiunse: “Chissà perché ricercano questo genere di cose... forse perché il periodo in cui stiamo vivendo non è dei più facili; all'interno di una società in cui l'uomo è schiacciato sempre di più ai margini, la gente è sempre più stanca e provata e probabilmente alla ricerca di risposte sul senso di tutto ciò che ci circonda... compresa l'inevitabile fine ovvero la morte”.

“O molto più probabilmente stanno cercando inconsciamente risposte sul senso della vita - aggiunsi io, in tutta risposta -  “Desiderare di conoscere da vicino e in maniera anticipata quegli oggetti che sono tipici della nostra ultima ora, potrebbe essere una maniera per esorcizzare la paura della morte: Ma questa paura la si ha inevitabilmente quando non si è compreso a fondo che cos'è realmente la vita!”

“Ecco vedi... lo sapevo che avresti centrato subito il punto! Ed è per questo che ti ho chiamato – rispose l'amico – Tu avresti molto da dire a queste persone e se verrai sento che sarà un evento unico: Allestiremo una vera e propria camera ardente per il pubblico nonché altri oggetti funerari, ci saranno i miei quadri quelli sul genere ‘evocativo’, ma soprattutto tu con il tuo libro a dare un senso profondo a tutto questo.  Allora vieni?”

Lo guardai negli occhi più basito di prima. Era la prima volta che mi veniva chiesto di presentare il mio libro in un ambiente così “inusuale”. A primo acchito, confesso che la cosa mi era suonata tanto come una pagliacciata, e quindi mai sarei sceso ad un simile livello. Ma alla fine dopo averci meditato su, mi convinsi; un po' perché molto spesso - proprio dove non te lo aspetti - si trovano dei tesori che mai avresti immaginato; e un po' perché, forse, in fondo, mi piacciono le sfide. Alla fine l'evento si fece e fu davvero un gran successo. Ed ebbe pure un notevole impatto mediatico: ne parlarono addirittura Radio Rai Due, La Verità, Il Gazzettino, Dagospia, eccetera.

Ma al di là di tutto, ciò che realmente mi colpì fu che una buona parte delle persone presenti era effettivamente alla ricerca di risposte; e non solo sul senso della propria vita in rapporto alla società di oggi, con le sue particolarità e le sue complessità; ma anche sul senso vero e proprio dell'esistenza, sull'eterna domanda dell'uomo: “Chi sono io?”
 

Ma veniamo al punto. Se lasciamo trascorrere interamente la nostra esistenza ignari di quello che siamo realmente, è assai probabile che verso gli ultimi anni di vita nasca in noi un senso di paura nei riguardi della morte.

Il fatto è che questa paura è basata essenzialmente su un equivoco, ovvero è fondata essenzialmente sulla mancata comprensione di chi siamo e su che cosa è realmente la vita.

“Conosci te stesso”: erano queste le parole iscritte come un monito sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi. Sì, perché sin dall'antichità i Maestri ci avevano indicato la regale via della Consapevolezza, allo scopo di liberarci dai dolori e dalle catene dell'illusione che ci lega di vita in vita.

Nisargadatta Maharaj, che fu uno dei più grandi Maestri indiani dell’Advaita Vedanta, si esprimeva in questi termini: “Per ogni creatura vivente la nascita significa l’inizio del “senso di essere”. Fino a quel momento nessuno sapeva di “esistere”! Chi o cosa è nato quindi? È solo il senso di presenza che è nato.
[..] Bisogna agire nel mondo, occuparsi delle faccende mondane, ma devi comprendere che ciò che si è prodotto da sé, ovvero il corpo, la mente e la coscienza, è apparso anche se nessuno l'ha chiesto. Io non l'ho chiesto, è venuto a me nel mio stato originario che è privo di tempo, privo di spazio e privo di attributi. Quindi, è quello che è accaduto che sta agendo nel mondo. Sono la forza vitale e la mente che agiscono, ma la mente vuole farti credere di essere "tu". Quindi, devi sempre sapere di essere il testimone privo di tempo e privo di spazio. Anche se la mente ti dice che sei tu l'agente delle tue azioni, non credere alla mente. Mantieni sempre la tua identità separata da ciò che agisce, che pensa e che parla. Ciò che si è prodotto, l'apparato che sta funzionando, è avvenuto sulla tua essenza originaria, ma tu non sei questo apparato. Ciò va tenuto saldamente a mente".
E poi ancora: “Comprendi che cos'è questa coscienza. Guarda che cosa succede (..) Un bambino nasce, e l'essenza del cibo comincia un nuovo ciclo. Il bimbo cresce, e ad un certo punto in lui appare spontaneamente il senso dell' "io sono". Questo "io sono" comincia ad esprimersi con il linguaggio e, usando le parole, ritiene che il corpo che le esprime corrisponda a lui stesso. Nella sua ignoranza , l' "io sono" è convinto che tutto quello che il corpo prova, tutto quello che il corpo fa, sia lui a provarlo e a farlo. La coscienza quindi si identifica totalmente con il corpo... ed è così che l'ignorante crede di agire autonomamente!"  

I-d-e-n-t-i-f-i-c-a-z-i-o-n-e, quindi. Tutta la questione ruota attorno a questa parola chiave.

Sin da quando nasciamo, ci spiega Nisargadatta (e non solo lui, n.d.e.), le persone che ci stanno intorno come genitori e parenti, ci appiccicano addosso dei concetti: tu sei Mario, tu sei questo (il corpo), ecc... Questo se da una parte è un bene che avvenga (altrimenti non potremo sviluppare un’identità che ci serve per agire del mondo), dall’altra parte ci condanna a vita a credere di essere ciò che non siamo, a meno che ad un certo punto non nasca in noi l’esigenza di indagare se tutto quello che ci hanno raccontato sin da piccoli – e che noi abbiamo finito per crederci in parola – è vero. Questo lavoro di auto-indagine è appunto il lavoro che siamo chiamati a fare su noi stessi, per uscire dalla falsa percezione di essere un apparto psicosomatico che finisce per schiavizzarci per tutta la vita; la mente è un ottimo servitore ma un pessimo Padrone, dicevano i saggi. La mente infatti, vuole farti credere di essere “tu”, diceva Nisargadatta, e proprio qui sta il dramma, il grande equivoco; perché noi siamo condotti ad essere ostaggio di un “qualcosa” che non siamo, e che per giunta – per sua natura – è intrisa di paure in quanto si percepisce come sola e separata dal resto del mondo.

La questione è che quello che siamo realmente, non ha niente a che fare con la mente e le sue inevitabili paure, per il fatto che noi siamo l’Assoluto indifferenziato e inconcepibile che tutto permea; siamo ciò che i mistici hanno cercato di definire - ovviamente nei limiti delle parole - come Sat-Chit-Ananda (essenza immutabile, consapevolezza, beatitudine).

Ma come si fa questo lavoro di auto-indagine quindi? Lo si fa facendo il “percorso a ritroso” ci ha spiegato amorevolmente il grande Nisargadatta; bisogna ritornare alla fonte da cui siamo partiti, nel punto in cui abbiamo accettato tutto quello che ci è stato raccontato (e che noi abbiamo dato per scontato) e poi andare direttamente alla radice.

“Come ci si risveglia dal mondo di sogno? Chiese un devoto a Nisargadatta.
- Devi entrare nella pace, devi rimanere fermo!
- Che cosa devo cercare quando sono fermo?
- Devi guardare te stesso. Incontri la coscienza. La coscienza deve guardare la coscienza. Il senso dell'"io sono" deve guardare il senso dell'"io sono". Dimora in questo stato ogni volta che ti è possibile.. e tutto avverrà da se”.

È solo questo “dimorare”, quindi, che ci viene richiesto, e non c’è una meta da raggiungere come qualcuno pensa, perché noi l’Assoluto lo siamo già adesso, siamo già perfetti; quello che accade è che stiamo semplicemente sognando.

Come ci spiegano i Maestri e come riporto mio libro “Dio gioca ai videogames”, l’Assoluto in quanto unico è indifferenziato, separa se stesso da se stesso per poter esprimersi, per poter interagire, per poter amare. Questo è l’unico modo che ha per farlo visto che non esiste nient’altro che Lui. Proprio per questo motivo, tale “gioco” lo deve fare in maniera illusoria (ovvero come in un sogno) in quanto non potrà mai esserci una “vera” separazione: è impossibile. Egli è il tutto che pervade ogni cosa, illimitatamente!

Chi è quel Dio di cui tanto parliamo, se non noi stessi quindi?

Buon Lavoro!


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